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lunedì 4 marzo 2019

Cosa chiedono i lavoratori di domani

(Fonte: "Il Corriere della Sera")


I millennial? Ex giovanissimi sorpassati dai nuovi giovani della “Generazione Z”. Quelli della Y, i millennial, ormai sono ben conosciuti dalle aziende, mentre gli Z, che cominciano a entrare nel mondo del lavoro, rubano la scena delle indagini sociologiche. Perché il problema è sapere come inserire al meglio gli Z nelle organizzazioni aziendali, visto che gli imprenditori non possono rischiare di sprecare questi nuovi talenti poco più che ventenni. 

A capire le aspettative dei nativi digitali che incontrano il mercato del lavoro ci ha provato Sodexo, multinazionale francese di servizi a imprese e privati, che ha condotto lo studio “Workplace Trend”. Il centro dell’indagine riguarda proprio “i nativi digitali” della Generazione Z, composta dai nati tra il 1995 e il 2012, che sono già 2 miliardi in tutto il mondo e che tra soli sei anni rappresenteranno il 30% della forza lavoro globale. 

Lo studio cita diversi contributi, a partire da quello della Varkey Foundation di Londra che ha intervistato 20 mila Z di 20 paesi del mondo e ha certificato che l’84% di loro crede che “la tecnologia possa contribuire a costruire un domani migliore”.
Secondo poi Bank of America quasi la metà degli Z (46%) anche sul lavoro predilige i social media come forma di comunicazione. Addirittura il 94%, poi, dà gran peso all’etica di impresa, visto che considera la “promozione della responsabilità sociale” un aspetto prioritario nella scelta dell’azienda in cui lavorare. 

Le imprese, per attrarre e trattenere i nuovi talenti della Z, devono sostenere la loro ambizione di lavorare e vivere a ritmi veloci ma ciò non deve significare trascurare il loro benessere psico-fisico, preteso dal 94% del campione. Sodexo cita anche “l’esperto generazionale” David Stillman che, in una recente indagine, la “Gen Z @ Work”, conclude che i nativi digitali «sono competitivi perché hanno ben chiaro che non tutti possono essere vincitori. Vogliono quindi vincere per se stessi ma non rifiutano di lavorare con gli altri». Ciò deve spingere le aziende a sfruttare la disponibilità dei millennial che, in sei casi su dieci, «sono pronti a dare il loro supporto alle nuove generazione che si affacciano al mondo del lavoro».

In definitiva, sostiene Sodexo, sono cinque gli ambiti su cui devono concentrarsi le aziende per attirare il potenziale della Generazione Z: investire nelle nuove tecnologie e nello smart working; sviluppare iniziative di coaching per aumentare le loro capacità trasversali; spingere sull’equilibrio vita-lavoro riducendo lo stress; favorire la comunicazione con i superiori; dare peso alla responsabilità sociale e ambientale.

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lunedì 14 maggio 2018

I millennial: senza ferie pur di lavorare

(Fonte: "Il Corriere della Sera")

Per l’ assunzione i giovani sono pronti a rinunciare a ferie e festivi. La coraggiosa ricerca condotta per le Acli dell’Iref si confronta con gli slittamenti della realtà e con il forzoso adattamento dei giovani a un mercato del lavoro che li penalizza strutturalmente.

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Li chiamano i «nativi precari». Sono gli italiani sotto i 30anni, nati durante la crisi: Loro non hanno conosciuto altro e sanno che il lavoro è e sarà sempre un problema. Uno studio dell’Iref,
l’ente di ricerca delle Acli, li ha intervistati (...) e ha scoperto che i nati negli anni ‘90 sono disposti a
rinunciare ad alcuni diritti pur di ottenere (e mantenere) un posto di lavoro, ma anche per raggiungere una meta professionale.
È il lavoro in deroga (...). Che per i millennials significa rinunciare ad alcuni o anche a tutti i
diritti pur di lavorare. La ricerca parla di «obbedienza preventiva alla precarietà», una sorta di imprinting per i nostri giovani «talmente incorporata nelle loro vite da far loro accettare in maniera preventiva le penalizzazioni del mercato del lavoro». Riguarda il 35% degli intervistati, percentuale che sale al 38% se l’under 30 non è laureato e vive in Italia, mentre tocca appena l’11,3% se vive all’estero: anche se «nativi precari», gli expat italiani fanno esperienza di un mercato del lavoro
meno bloccato e quindi sono meno disposti a rinunce, come invece i coetanei rimasti in patria.
In generale, solo l’11,7% disobbedirebbe all’imprinting.
Ma se poi si rischia il licenziamento ecco allora che solo il 32,8%non accetterebbe alcuna deroga. Perché almeno uno su due invece, pur di tenersi il posto, lavorerebbe nei giorni festivi, salterebbe le ferie (16,7%), rinuncerebbe a parte dello stipendio (12,4%), o ai giorni di malattia (10,5%).
Ma c’è deroga e deroga. Perché va considerata la rinuncia per «il lavoro dei sogni». (...) Per
i millennials le rinunce fanno parte del progetto professionale, è la gavetta di una volta: solo che per gli expat dura un periodo, mentre per chi resta non finisce mai. Per un po’, si rinuncerebbe anche allo stipendio (33,2%) o ci si accontenterebbe di una retribuzione bassa (34,6%), perché, (...) in questo sistema, il pagamento è solo una delle forme di retribuzione.
E per realizzare i propri sogni può andare bene lavorare nel tempo libero(38%), per più ore (43%) e a casa (41,9%).
Compromessi accettati soprattutto e di più da non laureati, «i più istruiti sono più resilienti», ma per tutti, (...), c’è una frustrazione mista a disillusione, un autoconvincimento che questo sia l’unico dei mondi possibili e l’unica soluzione sia l’adattamento. Soluzioni? Intanto, un maggiore orientamento
all’ingresso del mercato del lavoro fin dalla scuola, e poi, soprattutto, meccanismi sistematici più aperti e trasparenti: in Italia il lavoro si trova ancora troppo quasi solo per conoscenze.


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