giovedì 9 marzo 2017

Ai manager italiani manca la capacità di fare squadra

I manager italiani sono molto creativi e capaci di gestire il caos, ma hanno difficoltà a valorizzare i talenti.
Ce ne parla "Affari&Finanza".
 (Conosci già il nostro sito? Si chiama QualitiAmo - La Qualità gratis sul web ed è pieno di consigli per chi si occupa di Qualità, ISO 9001 e certificazione)

mercoledì 8 marzo 2017

Trucchi per le password


(Fonte: "Il Corriere della Sera")

Non si può ormai più fare a meno dei «pin» e delle password. Servono per il conto in banca, per gli
acquisti online, per attivare lo smartphone, collegarsi ai social media, vedere i film (...), ritirare i soldi al bancomat. I codici di accesso sono ormai così tanti che una persona su quattro li dimentica,una su tre usa la propria data di nascita e tre su quattro utilizzano la stessa password peraccedere a funzioni diverse.

Gli hacker e i ladri di identità sono molto felici di questo: rubare codici insicuri è un gioco da ragazzi, visto che la gente lascia abitualmente tracce di sé ovunque, rivelando sui social date e nomi (come quello del cane o del gatto) che poi adotterà come codice.
Sembra incredibile, ma nonostante l’incremento esponenziale dei furti online, la password ancora più usata al mondo è 123456, seguita dalla più astuta 123456789 e dall’intramontabile «Qwerty», le
prime sei lettere della tastiera del computer. Katherine Mills, esperta di mentalismo e membro dell’esclusivo Magic Circle di Londra, di cui fa parte anche il principe Carlo,ha detto al «Daily Mail» di essere in grado di scoprire le password scelte da qualcuno semplicemente osservandone il volto o il linguaggio del corpo mentre risponde a precise domande. Mills consiglia di scegliere password composte solo da codici casuali, che non abbiano nulla a che fare con la propria storia personale, con i parenti e con gli animali di casa.
Il problema è come ricordarle, visto che la cosa più semplice, appuntarsele su un foglietto da tenere nel portafogli, è a giudizio degli esperti anche la peggiore da fare. 

(...)

Una password sicura deve contenere una sequenza di almeno 12 lettere maiuscole e minuscole e di numeri scelti in modo del tutto casuale.

Ricordare password complesse non è difficile, se le si associa a un’immagine: viaggiare con un’Alfa Romeo ascoltando i 99 Posse crea il codice AR99P.

(...)

Il vecchio metodo delle spie della Guerra Fredda è ancora il più efficace: a ogni lettera dell’alfabeto corrispondono numeri e lettere scritti in una tabella.

(Conosci già il nostro sito? Si chiama QualitiAmo - La Qualità gratis sul web ed è pieno di consigli per chi si occupa di Qualità, ISO 9001 e certificazione)

martedì 7 marzo 2017

La mobilità premia sul lavoro

(Fonte: "Italia Oggi")

Compie trent’anni il programma Erasmus che, dal 1987 ad oggi, ha coinvolto 3 milioni e mezzo di studenti e oltre 120 mila insegnanti, portandoli a trascorrere un periodo (da nove mesi a due anni) di studio nell’università di un altro Paese e, quindi, a vivere in una città straniera. Prerogativa del
programma è ampliare il percorso formativo dello studente dandogli la possibilità di respirare una dimensione «altra», internazionale e favorendo l’apprendimento di una nuova lingua. Un’esperienza
di vita, in sostanza, prima che di studio. Dopo quasi trent’anni, nel 2014 si è approdati all’Erasmus
Plus, il nuovo programma di mobilità dell’Unione Europea per l’istruzione, la formazione, la gioventù e lo sport, che ha sostituito, raggruppandoli sotto un unico nome, tutti i programmi di
mobilità dell’Ue. Con un finanziamento di 16,4 miliardi di euro per i sei anni 2014-2020.
Dal rapporto presentato nel 2015 dalla Commissione europea sul primo anno di Erasmus Plus, le borse di mobilità per studenti, tirocinanti, insegnanti, volontari e altri giovani hanno permesso a quasi 58 mila italiani di partire (650 mila in Europa), con un impegno fi nanziario di 92,80 milioni di euro. Buona la performance dell’Italia, che è fra i Paesi che hanno maggiormente beneficiato dei finanziamenti europei. 


Seconda solo alla Turchia per numero di candidature presentate. Il settore universitario ha beneficiato di oltre 53 milioni di euro, impiegati per sostenere le mobilità di oltre 34 mila studenti, professori e staff, a seguire la formazione professionale (25 milioni), la mobilità per i giovani (quasi 10 milioni), la formazione per il personale della scuola (3.6 milioni) e per il personale impegnato
nell’educazione degli adulti.
L’Alma Mater Studiorum di Bologna, l’Università degli Studi di Padova, la Sapienza di Roma, l’Università degli Studi di Torino e la Statale di Milano sono le prime cinque università italiane per
studenti in uscita. Spagna, Francia, Germania, Regno Unito, Portogallo le destinazioni preferite
dagli italiani.
A ciò si aggiungono i dati dello studio di impatto Erasmus in ambito di istruzione superiore, con un
focus sulle quattro macro regioni europee (Nord, Sud di cui fa parte l’Italia, Est, Ovest), elaborato su oltre 71 mila persone intervistate fra studenti, ex studenti e staff (accademico e amministrativo) per verificare l’impatto della mobilità Erasmus in termini di occupabilità, competenze e carriera a livello europeo.
Per gli studenti che hanno maggiormente beneficiato delle mobilità si rileva una riduzione dei tempi di disoccupazione.
Sul fronte dei tirocini, ad esempio, il 51% degli italiani ha ricevuto un’offerta di lavoro dall’impresa
europea in cui veniva svolto il traineeship (media europea 30%). L’esperienza di mobilità ha avuto un’influenza positiva anche sullo spirito di imprenditorialità: in Italia il 32% degli studenti con esperienza di tirocinio Erasmus è intenzionata ad avviare una start-up e il 9% l’ha già realizzata. I laureati che sono partiti in Erasmus hanno una maggiore mobilità lavorativa: il 93% è disposto
a trasferirsi all’estero per lavoro e sono maggiormente disposti a cambiare datore di lavoro rispetto a chi non ha realizzato una mobilità Erasmus. 


(...)

(Conosci già il nostro sito? Si chiama QualitiAmo - La Qualità gratis sul web ed è pieno di consigli per chi si occupa di Qualità, ISO 9001 e certificazione)

lunedì 6 marzo 2017

Saper scrivere è così importante?

(Fonte: "Il Sole 24 Ore")

Tra i colpevoli della notevole inabilità alla scrittura di buona parte degli studenti italiani ci sono anch’io. Ho appena messo 18 al compito scritto di uno studente della laurea magistrale in Lettere (quinto anno di università) che meritava invece di essere bocciato perché, a parte conoscere maluccio il programma, ha grosse difficoltà nello scrivere: mette male la punteggiatura, usa i verbi
sbagliati, confonde le preposizioni (scrive per esempio che «la squadra ha l’intenzione a partecipare», anziché “di partecipare”) non sa fare un riassunto, nel senso che invece di riassumere
l’intero brano assegnato sintetizzandone il contenuto lo riassume frase per frase: «L’autore di questo brano dice che... Poi dice che... Poi dice che...», e così via. Lo studente che io adesso promuovo potrebbe prima o poi diventare un insegnante, e con un insegnante simile i suoi futuri studenti certamente non impareranno a scrivere (ci si potrebbe domandare: può questo aspirante insegnante
imparare a scrivere nei prossimi anni, tra il suo quinto anno di università e la sua eventuale,
speriamo scongiurabile, entrata in servizio? No, non può, non s’impara a scrivere a ventitré anni). E allora perché l’ho promosso?
 

Dato che si discute, in questi giorni, della cattiva scrittura degli studenti, mi pare che la risposta
a questa domanda possa interessare tutti. Ma non c’è una sola risposta, ce ne sono molte, o meglio c’è una risposta che si complica, si sfrangia in tante risposte più piccole, una causa che si può scomporre in concause.
Diciamo intanto che lo studente a cui ho dato 18 ha ripetuto l’esame quattro volte. La quarta è andata meglio delle tre precedenti, nel senso che lo studente non ha smesso di impegnarsi: ha letto, ha studiato. Ma, quanto alla scrittura, non può fare più di così: avrebbe dovuto imparare a scrivere decentemente molti anni fa, ma non ha imparato, e adesso è tardi. Alla quarta volta l’ho promosso perché, come mi ha ripetuto fino alla nausea, il mio è «il suo ultimo esame», la tesi è già pronta da
tempo, ed è una tesi che non riguarda la mia materia: lo studente si laureerà in storia contemporanea.
Bocciarlo ancora (e poi ancora, e ancora) avrebbe voluto dire impedirgli di laurearsi, fargli buttare via gli studi di cinque anni, rovinargli l’esistenza. Tra l’altro, lo studente non è affatto sciocco, e ha un libretto più che dignitoso. Non sa scrivere in un italiano decente, ma ha una media del 27-28, alcuni 30. Esami orali, voti in parte anche meritati. Di fatto, il mio è uno dei non molti esami scritti
che ci siano a Lettere; i pochi altri sono test a crocette, o sono esami scritti in cui il docente
(legittimamente?) bada più al contenuto che alla forma. Ma insomma, alla quarta volta – lo
studente è civile, è anche, ripeto, intelligente – non me la sono sentita di bocciarlo ancora, e gli ho regalato un voto.


Quattro volte? Sì, perché l’università italiana è quel luogo felice in cui gli studenti possono
ripetere lo stesso esame virtualmente all’infinito.
Tre sessioni l’anno, uno o due appelli a sessione, più eventuali sessioni straordinarie: i miei studenti possono, come si dice, “tentare” il mio esame cinque o sei volte l’anno, finché non lo passano (e infatti quattro non è il record: ci sono studenti che lo hanno ripetuto sei, sette volte). In altre nazioni, chi viene bocciato all’esame per due volte deve ripetere l’intero anno; in alcune, una pluri-bocciatura comporta l’espulsione dall’università.
Non in Italia. In Italia, una volta entrati, si ha il diritto di ripetere gli esami quante volte si vuole, così come si ha il diritto di non frequentare le lezioni. È la libertà.
Una volta entrati, ho detto, e qui sta l’altro problema, perché la porta dei dipartimenti di Lettere, a differenza di quella – poniamo – delle facoltà di Medicina, è sempre aperta. Ci sono in alcuni atenei, come mini-deterrenti, dei test d’ingresso, ma sono test che hanno l’obiettivo di permettere allo studente di autovalutarsi, di capire se quella è davvero la sua strada, più che di stabilire chi può o non può frequentare i corsi. Di fatto, è normale leggere, nei bandi, che «l’esito del test non
preclude la successiva immatricolazione al Corso di Laurea» (cito dal sito dell’Università di Bologna); e di fatto accade spesso che a Lettere finiscano per iscriversi ragazzi e ragazze che non hanno passato l’esame d’ammissione a corsi universitari o para-universitari più selettivi ma di tutt’altra indole, come Fisioterapia. Lettere è un ripiego, magari momentaneo, in attesa di riprovare il test di Fisioterapia.
Perché questa generosità, questa politica di accoglienza erga omnes? Per varie ragioni.
La prima è che non si può mettere il numero chiuso a tutti gli indirizzi di studio, altrimenti molti studenti non saprebbero che fare, dopo le superiori. A differenza dei corsi di medicina o di fisioterapia, i corsi di Lettere e Filosofia non hanno bisogno di laboratori, perciò non esistono ragioni oggettive che impongano un filtro agli iscritti: dove si formano venti latinisti – questa la ratio (non molto razionale, in verità) – se ne possono formare quaranta. La seconda è che gli studi umanistici sono spesso intesi come una sorta di viatico all’emancipazione personale, non solo cioè un percorso professionalizzante ma l’occasione per una crescita culturale, per migliorare se stessi:
negare questa chance a studenti magari non manifestamente vocati alla carriera di intellettuali
ma volenterosi, zelanti, davvero capaci di trarre profitto da lezioni su Aristotele, Shakespeare, Michelangelo, può apparire ingiusto, anche odioso. La terza, la più importante, è che qualsiasi università ha tutto l’interesse ad avere – nei limiti (assai elastici) imposti dalle sue strutture, e dall’ampiezza del suo corpo docente – il maggior numero possibile di studenti, un po’ perché gli studenti pagano le tasse e un po’ (soprattutto) perché il ministero dell’Istruzione finanzia le università in proporzione al numero dei loro iscritti.
Pochi studenti vogliono dire pochi soldi per aprire corsi di studio, assumere docenti, reclutare
giovani ricercatori, organizzare congressi eccetera.
Questa spiegabile politica delle “porte aperte” ha il suo prezzo: a Lettere s’iscrivono molti studenti che non avrebbero bisogno di fare l’università ma di fare o rifare un buon liceo, e che – tra le altre cose – non sanno scrivere in italiano perché nessuno glielo ha mai insegnato.
Lo studente a cui ho dato 18 è uno dei tanti: nelle sue condizioni, o peggio, si trova la maggior parte degli studenti che s’iscrivono a Lettere. Bocciarli tutti? È quasi impossibile. (1)Perché bocciare a ripetizione la metà o più dei candidati all’esame di Letteratura italiana vorrebbe dire in pratica bloccare le carriere di decine e decine di studenti, con ovvie ripercussioni sulla vita dell’intero dipartimento. (2) Perché le università vengono premiate dal Ministero anche in ragione della rapidità con cui gli studenti concludono i loro studi, cioè arrivano alla tesi: vale a dire che le università sono fortemente motivate a licenziare in fretta i loro studenti, a non avere fuori-corso; e i
docenti sono tacitamente invitati ad aderire a questa policy, nel loro stesso interesse. (3) Perché
bocciare qualcuno perché non sa scrivere non è così facile. Abituati a “badare al contenuto e non alla forma”, molti studenti non riescono a capire perché io dia tanta importanza ai loro errori o alla loro sciatteria nello scrivere.
Se anche lo capiscono, se arrivano ad ammettere che la forma è importante, possono non capire perché ciò che scrivono non va bene, o possono obiettare che si tratta di errori veniali, di pura distrazione, che non giustificano la bocciatura. Offesi da questa ingiusta persecuzione, possono, a norma di regolamento, rivolgersi al rettore o al direttore di dipartimento per chiedere di fare l’esame (oralmente) con un altro docente della stessa materia.
Supereranno l’esame, si laureeranno; e alcuni andranno a insegnare.
Tutta questa spiegazione per dire che una delle ragioni per cui gli studenti non sanno
scrivere (insieme alla disaffezione alla lettura, al contagio del linguaggio affrettato degli sms e di Facebook, alla prevalenza del visivo sullo scritto, eccetera) è che non sanno scrivere molti dei laureati in Lettere che andranno a insegnare nelle scuole, laureati che non potranno ovviamente insegnare ad altri ciò che loro stessi non sanno fare. Questo accade perché, come ho cercato di spiegare, tutti gli attori coinvolti (gli studenti, le famiglie, i docenti universitari, l’amministrazione universitaria) hanno interesse a far sì che le cose vadano in questo modo, ragion per cui non si vede
proprio come sia possibile uscire da questa situazione, salvo un ripensamento complessivo della formazione scolastica e universitaria, con enormi investimenti e progetti di medio-lungo periodo che ignorino l’utilità immediata e le mode: niente che sia realistico aspettarsi (l’idea che, come recita il manifesto steso dal «Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità», la salvezza
possa venire da «una revisione delle indicazioni nazionali che dia grande rilievo all’acquisizione
delle competenze di base, fondamentali per tutti gli ambiti disciplinari» mi pare molto ingenua).
Oppure no? La soluzione potrebbe arrivare, sta già arrivando forse, da tutt’altra direzione, il nodo potrebbe essere tagliato anziché sciolto. Provo a spiegarmi.
La competenza nella scrittura, il saper scrivere decentemente, declina anche per una ragione molto semplice e concreta, una ragione che – magari inconsciamente – è ben chiara agli studenti che hanno fretta di laurearsi (e più ancora alle loro famiglie che li mantengono), e cioè che saper scrivere decentemente, alla fine, non è così importante. Lo era senz’altro nell’Epoca della Scarsità, quando coloro che avevano accesso alla sfera pubblica erano pochi, e soprattutto quando il sapere tecnicoscientifico era percepito come meno rilevante rispetto a quella infarinatura umanistica che
dava accesso alle professioni di prestigio sia nel settore pubblico sia in quello privato,
un’infarinatura della quale il saper scrivere non bene, magari, ma “elegante” costituiva una parte non secondaria (che poi l’elegante confliggesse spesso con il bene, onde l’atrocissimo
bellettrismo italiano, è un altro discorso).
Era un saper scrivere che implicava, prima ancora della cura nello stile, la calligrafia (abolita come materia alle elementari nel 1985, quando Disegno e scrittura diventano Educazione all’immagine) e la consapevolezza di come andava strutturato un testo “ben fatto” (accapo, rientri, maiuscole, corsivi, formule protocollari ed escatocollari, eccetera).
Non è invece molto importante, saper scrivere, nell’Epoca dell’Abbondanza, quando ogni
individuo ha infinite possibilità di scrivere e di essere letto da un pubblico infinitamente più ampio di quello sul quale potevano contare gli scrittori del passato. Dato che lo scrivere (e anche lo scrivere per un pubblico) è diventato un’attività ordinaria come parlare o come leggere, molti di coloro che scrivono sono indifferenti alle regole della buona forma, o non le hanno mai veramente imparate. Per esempio. Scrivere direttamente al computer è una cosa tanto normale, per gli studenti di oggi,
che far loro osservare che sarebbe meglio scrivere prima su carta, e solo in un secondo tempo passare alla “bella” sullo schermo, suona come una bizzarria. Di fatto, è una raccomandazione
che faccio spesso ai miei studenti, ed è significativo che, come mi spiegano, nessun altro – genitore o insegnante – gliel’abbia mai fatta prima. Si pensa evidentemente che i “nativi digitali” siano così abituati al pc da essere in grado di scrivere direttamente su schermo: ma basta leggere quello che scrivono per capire che non è così. O meglio, basta leggere quello che scrivono se chi legge è in grado di distinguere una frase corretta da una frase scorretta, e una frase ben congegnata da una frase sbilenca: una competenza che, per le ragioni che ho detto, manca a molti insegnanti.
Ma non è che si scrive peggio perché si scrive di più, o più in fretta. Si scrive peggio soprattutto
perché l’infarinatura umanistica che era tenuta in gran conto fino a qualche generazione fa è diventata secondaria, a fronte di altre competenze, o a fronte di niente, ed è per esempio perfettamente possibile entrare a far parte della “classe dirigente” senza aver letto dei libri e senza saper scrivere in italiano.
 

(...)

(Conosci già il nostro sito? Si chiama QualitiAmo - La Qualità gratis sul web ed è pieno di consigli per chi si occupa di Qualità, ISO 9001 e certificazione)

venerdì 3 marzo 2017

Le 9 regole per affrontare un colloquio di lavoro

Gli errori più comuni e i consigli degli esperti per essere presi in considerazione per un impiego.
Ce ne parla "Il Corriere della Sera".

(Conosci già il nostro sito? Si chiama QualitiAmo - La Qualità gratis sul web ed è pieno di consigli per chi si occupa di Qualità, ISO 9001 e certificazione)

giovedì 2 marzo 2017

Il premio di produttività danneggia le donne

Premio di produttività e donne al lavoro. Ce ne parla "Il Corriere della Sera".

(Conosci già il nostro sito? Si chiama QualitiAmo - La Qualità gratis sul web ed è pieno di consigli per chi si occupa di Qualità, ISO 9001 e certificazione)

mercoledì 1 marzo 2017

Odi il tuo lavoro?

Se odiate il vostro lavoro ma non sapete cosa altro potreste fare per vivere, "Business Insider Italia" viene in vostro soccorso con questi suggerimenti!

(Conosci già il nostro sito? Si chiama QualitiAmo - La Qualità gratis sul web ed è pieno di consigli per chi si occupa di Qualità, ISO 9001 e certificazione)