In Marx la critica allo sfruttamento del lavoro proprio del
regime capitalista si è sempre accompagnata ad una valorizzazione del
lavoro in quanto tale. Anzi, nei Manoscritti economico- filosofici del
1844 l’umanizzazione della vita non può che compiersi attraverso il
lavoro che è innanzitutto il modo col quale si manifesta l’essenza
dell’uomo in quanto tale.
Se, infatti, il capitalismo deruba l’uomo
della sua umanità, rendendolo simile ad una bestia da soma, è perché si è
indebitamente appropriato del prodotto del suo lavoro. In questo modo
ha reso impossibile quel riconoscimento del valore della vita umana che
dovrebbe realizzarsi quando il lavoratore può specchiarsi nel prodotto
del suo lavoro. È questo, in estrema sintesi, il carattere alienante
dell’espropriazione capitalista del lavoro operaio: il lavoratore perde
contatto con l’oggetto del proprio lavoro e con il senso stesso della
sua prassi.
Esiste però una tendenza interna al marxismo dove questa
valorizzazione del lavoro viene negata identificando l’attività stessa
del lavoro – e non la sua forma alienata prodotta dal capitalismo – come
una attività di mortificazione e di sfruttamento dell’uomo.
Questa
tendenza ha avuto diversi interpreti (da Andrè Gorz ad Herbert Marcuse,
per lo più travisato, sino ai più recenti contributi di Robert Kurz,
filosofo marxista tra gli autori di un eloquente Manifesto contro il
lavoro redatto nel 2003) ed è quella risultata culturalmente dominante
nelle contestazioni del ’68 e del ’77.
Lavorare non alimenta la vita ma
la mortifica, non genera soddisfazione ma abbruttimento.
Il rigore
umanistico del giovane Marx viene curvato verso un inedito edonismo
libertario che rigetta il lavoro in quanto tale considerandolo un
principio socialmente costrittivo. Il lavoro diventa un tabù di cui
liberarsi il più in fretta possibile. (...)Non si trattava solo di criticare il lavoro
alienato del regime capitalista, ma la tirannide in sé del lavoro, la
trasformazione moralistica del mondo in un grande fabbrica di
produzione.
Nell’attuale tempo della crisi economica e della
disoccupazione crescente, soprattutto tra i giovani, questi discorsi
impallidiscono di fronte alla dura prova della realtà. La vita umana
senza la possibilità del lavoro è vita morta, vita che perde ogni
dignità. I suicidi che nel tempo più acuto della recente crisi hanno
colpito imprenditori e lavoratori segnalano spietatamente – come il
giovane Marx aveva lucidamente affermato – che senza l’occasione del
lavoro, senza impresa, la vita non accede ad alcuna libertà, ma tende a
disumanizzarsi e a percepirsi come superflua e insignificante. È,
infatti, solo attraverso il lavoro che facciamo esperienza della
soddisfazione simbolica del riconoscimento.
La nostra vita acquista
valore umano perché, diversamente da quella animale, non si limita a
reagire agli stimoli del mondo, ma sa trasformare il mondo, sa imprimere
al mondo una forma umana. Perdere o non trovare lavoro significa essere
tagliati fuori da qualunque esperienza fondamentale di riconoscimento.
Il vero problema oggi non è la critica alla natura alienata del lavoro,
ma l’esistenza di una economia sempre più afflitta dal primato della
finanza che ha fatto evaporare la centralità umana del lavoro. La via
“lunga” del lavoro è stata sostituita da quella “breve”
dell’allucinazione finanziaria, del profitto facile. Quando infatti il
profitto si separa dalla forza-lavoro per generarsi solo dal denaro,
diviene l’indice drammatico di un rovesciamento nichilistico dei valori:
non è il lavoro ad essere un valore, ma è il valore che riproduce se
stesso a prescindere dal lavoro.
(...)
Se al tempo fordista il lavoro veniva organizzato da una
sua irreggimentazione paranoica ponendo in primo piano la sua
meccanizzazione anonima che surclassa la singolarità del lavoratore, nel
nostro tempo in primo piano è un godimento – quello della finanza – che
rifiuta ogni limite subordinando alla sua avidità compulsiva e astratta
la dimensione reale del lavoro. Per questo al posto
dell’irreggimentazione disciplinare del lavoro di tipo fordista, oggi
abbiamo il problema della sua precarizzazione e della sua evaporazione,
il suo declassamento rispetto all’economia spettrale della finanza.
La
fine del controllo paranoide del lavoro che aveva caratterizzato
l’economia fordista (...) genera però una libertà
individuale solo apparente. Il nuovo scenario antropologico del soggetto
contemporaneo appare dominato da una precarietà diffusa che è la faccia
oscura della maggiore individualizzazione e autoregolazione del lavoro.
(...) non è il
lavoro a sfruttare la vita, ma è la vita che senza lavoro si consuma in
quella nuova schiavitù che chiamiamo libertà. Se l’espansione della
libertà è una evidenza solo individualistica che taglia fuori i più
deboli, che li priva dell’occasione del lavoro, questa libertà resta
solo (...) una versione nichilistica del
puro arbitrio.
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