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martedì 3 dicembre 2019

Donne e mercato del lavoro

In Italia le donne attive nel mercato del lavoro sono sotto la media europea. Ce ne parla "Business People".

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lunedì 22 luglio 2019

Italiani abbastanza soddisfatti del lavoro ma le donne no

Sembra che gli italiani siano abbastanza soddisfatti del lavoro (a voler leggere i dati con un po' di ottimismo) ma per le donne le cose stanno diversamente.

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venerdì 29 marzo 2019

Lo studio sulle donne in carriera sentenzia che troppo belle fa apparire poco affidabili

Essere troppo avvenenti può portare i colleghi a maturare pregiudizi? Ce ne parla "Io Donna".

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venerdì 20 aprile 2018

Con le donne in azienda il business è vincente

"Repubblica" ci illustra i risultati di una ricerca che sostiene che, se in un'azienda ci sono abbastanza donne, anche il business migliora.

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venerdì 9 marzo 2018

Sulla parità non si torna indietro

(Fonte: "L'Economia")

La retromarcia sulle quote rosa? Improbabile. «Non credo che torneremo indietro quando la norma scadrà», dice Carmine Di Noia, il commissario della Consob che ha presentato al Centro congressi Cariplo di Milano l’ultima ricerca sulla corporate governance delle società quotate condotta dall‘authority di controllo della Borsa.
«Sul peso delle donne nei consigli d’amministrazione abbiamo fatto una norma intelligente in Italia —nota—.Per tre motivi. Primo, ha una scadenza: tre mandati, nove anni. Ma intanto l’argine è rotto. Secondo, è graduale: prima il 20% dei consiglieri, poi un terzo. Infine, riguarda l’intero cda, esecutivo e non. Abbiamo ottime consigliere». L’obbligo scadrà fra il 2022 e il 2024 (varia da società a società): «Auspico che nel codice di autodisciplina della Borsa s’introduca una raccomandazione sul tema».
La parità di genere, del resto, è rilevante anche per la Dnf, la Dichiarazione non finanziaria che da quest’anno le quotate dovranno allegare al bilancio. Il regolamento ha avuto il via libera della Consob l 19 gennaio. «Le imprese devono crederci perché queste informazioni favoriscono l’interazione con il tessuto sociale», dice Di Noia. Che è positivo sugli ultimi dati: «Siamo a un ottimo punto sulla corporate governance». Ne è passata di acqua sotto i ponti, è il suo pensiero, da
quando i cda duravano cinque minuti e il verbale era già scritto. E pazienza se nei posti di comando le donne sono ancora pochissime. «È cambiato il mondo. Possiamo andare all’Ocse a testa alta — dice il commissario che da novembre è nel comitato Corporate governance dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo —. Abbiamo nei board la diversity, le competenze, più dialogo verso i soci e il mondo esterno. Il sistema delle quotate in Italia è partito anni fa con 40 di febbre, poi è sceso a 39, a 38. Ora il malato è guarito con gli antibiotici della regolamentazione,  dell’autoregolamentazione e della vigilanza», ma attenzione: «La febbre può tornare».
Inoltre «il mercato ha sciolto le scatole cinesi», dice Di Noia. Che difende il voto maggiorato, introdotto dal Decreto competitività nel 2014 (cade il principio «Un’azione un voto» e ogni voto vale fino a tre). «È stato criticato perché si temeva che rafforzasse il ruolo dell’azionista di controllo, ma l’importante è che ci sia trasparenza. Se questo meccanismo può portare più società sul listino (chi perde la maggioranza può mantenere la guida, ndr.), ben venga. Il mercato è un sistema d’incentivi e la Borsa non è un fine, ma un mezzo». (...)


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giovedì 8 marzo 2018

Le quote di genere avanzano

(Fonte: "L'Economia")

Al tavolo delle decisioni le donne sono aumentate, ma contano ancora poco, pochissimo.
Sono più di tre su dieci, il 33,6%, le presenze femminili nei consigli d’amministrazione delle aziende quotate italiane. Si è superata la quota di un terzo prevista dalla legge GolfoMoscadel 2012. Buon risultato. Il dato crolla però se si guarda alle posizioni occupate.
Erano solo 17 al 30 giugno dello scorso anno le amministratrici delegate su 229 società considerate: il 7,4% per una incidenza sulla capitalizzazione dell’1,8%. Vuole dire che le donne comandano, quando lo fanno, nelle aziende più piccole. Comunque nel 2013 erano il 5% quelle al vertice. Incremento lieve.
Diverso è per le donne presidente: erano 26 lo scorso anno (11%), triplicate dal 2013 (da 9, il 3,7%). Per lo più in aziende grandi (coprono un quarto della capitalizzazione). Lo dimostrano le società a maggioranza di Stato come le Fs (Gioia Ghezzi), le Poste ( Bianca Maria Farina), l’Eni (Emma Marcegaglia). Consolazione relativa.
 

Più dell’Inghilterra
Di buono c’è che l’Italia ora vince il confronto con l’Europa. Anche all’estero infatti il numero delle donne nei consigli si è impennato, ma se l’Italia era ultima e sotto il 5% fino al 2010, ora è battuta solo dalla Francia (dati Boardex al 2016) che ha quattro posti femminili su dieci nei consigli. Seguono Regno Unito e Germania (25%-30%) mentre la Spagna resta lontana (sotto il 20%, una su cinque).
La foto è della Consob che oggi a Milano, al convegno con Assonime, presenterà il suo Rapporto 2018 (con dati 2016 e 2017) sulla corporate governance delle quotate alla Borsa italiana.
In generale, l’Italia si sta allineando al resto d’Europa. I board si snelliscono, le informazioni circolano, le holding si sciolgono e c’è più dialettica. Aumentano nei board i giovani e le donne, che
fra tutti sono le più istruite: oltre che sempre meno espressione delle famiglie azioniste, sempre più consulenti e professioniste.
Una novità di quest’anno è poi l’attenzione alle informazioni non finanziarie, che le società dovranno pubblicare coni l bilancio 2018. Per esempio rispetto dei lavoratori, del territorio. Per
ora, solo 26 società dell’Ftse Mib, su base volontaria, hanno pubblicato un report di sostenibilità. È l’inizio.
Fino al 2016 le quotate italiane erano ad azionariato tutt’altro che diffuso: il primo azionista controlla in media il 47% del capitale e al timone restano le famiglie che controllano sei società su
dieci (146, il 64%), per una capitalizzazione però che è solo un terzo del mercato. Medie aziende, quindi. Il contrario accade allo Stato e agli enti locali che sono presenti come soci di riferimento in solo 21 società, il 9%, ma giganti perché coprono il 36% della capitalizzazione. La situazione forse sta cambiando, perché tra le società quotate nell’ ultimo triennio, dice la Consob (2017 compreso quindi), il peso delle famiglie si è ridotto (28%, dato medio dei tre anni) e aumenta quello dei fondi, anche di private equity o sovrani. Che già nel 2016 avevano una partecipazione di oltre il 3% in 19 società, contro le 13 dell’anno precedente.
Si conferma la frenata delle coop. Dopo la legge del 2015 che ha anche riformato le banche popolari, il numero delle società cooperative nel capitale al 2016 era più che dimezzato in otto anni
fra le aziende non controllate: quattro nel 2016 dalle dieci del ‘98. È leggermente calata poi nel periodo anche la presenza degli investitori istituzionali, cioè fondi, banche, assicurazioni: hanno partecipazioni rilevanti (in media il 7,5%,) in 61 quotate, una su quattro (il 26%). Nel 2014, una su tre.
Gli istituzionali stranieri, in particolare,sono azionisti di 50 quotate, il 21,6%: un’inversione, visto che nel 2014 erano al 23%. La Consob ritiene però il dato tutto sommato stabile, tenuto conto dell’effetto-soglia (dal 2016 la partecipazione rilevante va dichiarata sopra il 3% anziché il 2%). La partecipazione alle assemblee dei fondi è d’altra parte cresciuta nel 2017 al 30% dei voti.
 

I voti contrari
Le aziende familiari stanno apprezzando il voto maggiorato, cioè la possibilità per chi è socio da almeno due anni di pesare fino a due voti per azione. È una garanzia di controllo per chi debutta in Borsa. Sono 35 su 230, al 2017, le società che, dopo il decreto Competitività del 2014, hanno previsto questo meccanismo, in gran parte familiari.
Mentre restano al lumicino quelle che hanno scelto il voto plurimo: si sono quotate così due spac, Fila e Aquafil.
Sono diminuite le scatole cinesi: solo il 16,5% delle società fa ora parte di un gruppo verticale, una su sei. Vent’anni fa erano il 39%, quasi una su due. I membri dei board inoltre sono scesi in 11 anni da circa 12 a circa dieci e l’Italia ha consigli più snelli di Spagna, Francia, Germania. Iconsiglieri indipendenti sono ormai circa la metà (il 48%), ma in generale resiste l’accumulo d’incarichi in altre quotate: succede in più di due terzi delle emittenti.


Cresce, infine, il dissenso in assemblea sui compensi degli amministratori: in particolare è raddoppiato in quattro anni nelle medie aziende.


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giovedì 10 agosto 2017

L'ape regina in ufficio

(Fonte: "Il Corriere della Sera")

Sono le donne le peggiori nemiche delle donne sul posto di lavoro? La domanda è antica almeno quanto il diffondersi delle carriere femminili, tanto che negli Anni 70 un gruppo di ricercatori dell’Università del Michigan ha coniato un’espressione apposita: la «sindrome dell’ape regina»,
secondo la quale le donne che hanno raggiunto posizioni di vertice si distanziano dalle altre (e quindi le ostacolano) per mantenere lo status di sole che ce l’hanno fatta tra i maschi.
 

A rispolverare il dubbio e l’appellativo arriva ora Olga Kazhan, giornalista del mensile statunitense The Atlantic, che distingue tre tipi di «stronze» sul lavoro—l'aggressiva, la passivo-aggressiva,
l’indifferente— a partire dal post del 2011 di un’ex avvocata diventata mamma a tempo pieno. In comune avrebbero il fatto di trattare malissimo le colleghe, seppure con stili diversi, invece di solidarizzare con loro. «Molte donne mi hanno detto che anche gli uomini le hanno ostacolate—
scrive Khazan —, ma in qualche modo questa cosa pesa di più quando avviene per mano di una donna, che dovrebbe comportarsi da alleata». Una convinzione condivisa da parecchie lavoratrici: una ricerca del 2011 dell’Università della California a Los Angeles su 60 mila persone ha rivelato infatti che le donne preferiscono i capi maschi a quelli femmine.
Permolte delle intervistate queste ultime sono «emotive», «insidiose» e «cattive».
«È una reazione da manuale, è toccata anche aHillary Clinton — dice Chiara Volpato, ordinaria di Psicologia sociale all’Università Bicocca di Milano —: le donne leader sono spesso percepite come antipatiche e arroganti e le ricerche mostrano che il medesimo comportamento viene giudicato più negativamente se lo mette in atto una donna».


Ha a che fare con gli stereotipi diffusi: «Se identifichi la donna con il calore e la cura — spiega Volpato —, quando assume atteggiamenti da capo, impositivi o di “autorità”, stridono e feriscono di più».
È anche però una questione di stile di comando: «Le donne tendono a essere mediamente più puntuali e a mettere più trasporto in quello che fanno», dice Luisa Corvino
dell’associazione ValoreD, responsabile delle Risorse umane per il colosso del commercio online ePrice. «Gli uomini mettono meno emotività in campo, mentre le donne hanno spesso una passione che le può portare a sembrare aggressive. Ma le rende anche più affidabili».


Il mondo del lavoro inoltre, di solito, è improntato su uno stile «virile», perché a lungo è stato dominato dagli uomini: «C’è un enorme problema rispetto al potere —dice la sociologa Anna Maria Ponzellini —: la leadership delle donne è sostanziale e poco formale, meno legata a una posizione
di comando. Questo la rende anche più sofferta e difficile da affermare in un contesto in cui il potere a cui siamo abituati è quello “maschile”. Quindi molte donne scelgono la via più immediata e introiettano stili e modi da uomo. Che però in loro vengono considerati aggressivi perché le aspettative sono diverse».


La sindrome dell’ape regina si può spiegare in parte anche così. Una ricerca condotta nei Paesi Bassi e in Italia nel 2004 da Naomi Ellemers dell’Università di Utrecht ha dimostrato che le dottorande e i dottorandi che si impegnavano nel lavoro allo stesso modo venivano considerati in modo diverso: le donne erano percepite come meno impegnate, soprattutto dalle professoresse e
in particolare da quelle più anziane. «L’università è un ambiente molto segregato: all’epoca in Olanda solo il 5% dei professori ordinari e l’11% degli associati erano donne (poco di più in Italia: il 7% e il 27%) — dice ancora Chiara Volpato —.
Le donne, soprattutto le più anziane che in passato sono riuscite a fatica a entrare nella
roccaforte maschile, lo hanno fatto ponendosi come eccezioni, dissociandosi dall’universo
femminile e accettando gli stereotipi sulle donne. E continuavano a farlo». Non è un caso che Carol Tavris, una dei ricercatori a cui dobbiamo il termine «ape regina», lo abbia sconfessato fino a «odiarlo»: come si comportano le donne al lavoro — ha detto all’Atlantic —dipende «da quantosi
sentono sicure nella carriera», dal fatto di avere «la possibilità di crescere».


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venerdì 5 maggio 2017

L'articolo di oggi

L'articolo che abbiamo pubblicato oggi su QualitiAmo parla di donne e lavoro e va letto nel modo giusto e con la corretta predisposizione d'animo.

Ci è stato richiesto da una lettrice (che ringraziamo) che ci ha raccontato di come, spesso, si senta discriminata nel mondo del lavoro solamente per il fatto di essere donna e che ci ha chiesto qualche consiglio per superare questa difficoltà.

Noi abbiamo provato a ribaltare la prospettiva per vedere se, in qualche modo, le donne commettono alcuni errori comuni nel mondo del lavoro che, in qualche modo, possano creare loro dei problemi.

Ci piacerebbe raccogliere anche le vostre riflessioni per ampliare, eventualmente, il campo di indagine e per mettere insieme qualche altro consiglio.

Colleghe, avete difficoltà "di genere" nel mondo del lavoro? Se sì, quali sono e come le avete affrontate e risolte?
Colleghi, cosa consigliereste alle nostre amiche alla luce dei meccanismi che vedete nel mondo del lavoro?

Avete voglia di avviare questa discussione?

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giovedì 2 marzo 2017

Il premio di produttività danneggia le donne

Premio di produttività e donne al lavoro. Ce ne parla "Il Corriere della Sera".

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venerdì 15 novembre 2013

Donne e lavoro (2)

Riaggandoci al discorso che abbiamo incominciato ieri, aggiungo anche questa riflessione di Odile Robotti che ho letto su "Elle". La Robotti, per chi fosse interessato, è l'autrice del libro "Il talento delle donne".

"Il nostro è un mondo incentrato sugli stereotipi. Il sesso femminile è associato a comportamenti come l'accudimento, la comprensione e l'abnegazione. Questo è il motivo principale per il quale sul lavoro sono invece biasimati comportamenti femminili individualisti come fare carriera, mentre sono premiati gli atteggiamenti collaborativi".

(...)

Come muoversi, dunque, al meglio in un mondo che è ostile alle donne? Secondo Robotti dobbiamo imparare a sfruttare il networking, ovvero la costruzione delle nostre reti di conoscenze. Impariamo dagli uomini che tendono ad avere una rete di contatti molto ampia ma tendenzialmente superficiale (mentre le donne preferiscono un numero inferiore di relazioni ma più profonde). Per far carriera, in realtà, conta conoscere e farsi conoscere da più persone possibili.

(...)

Osservate i leader. Seguite le loro orme, imitandone i comportamenti in azienda.

(...)

Il primo passo è imparare a conoscersi a fondo per individuare le proprie eccellenze, quelle che il datore di lavoro dovrà trovare irresistibili.

(...)

Due le cose da tenere a mente. La prima è che un brand ha delle grandi virtù ma non è eccezionale in tutto. Niente sindrome da prime della classe: non si può essere competenti in tutto. Secondo, per promuovere se stesse bisogna essere martellanti come una canzone-tormentone ma mai fastidiose come lo stillicidio della goccia d'acqua nel lavandino che perde. Occorre farsi pubblicità in ogni occasione possibile.

(...)

E' opportuno stilare una frase in grado di racchiudere tutte le nostre capacità. Un rigo che sia in grado di dare l'esatta visione dei nostri innumerevoli talenti. Una battuta coerente in grado di trasmettere nell'immediato tutte le nostre competenze. Per farlo è necessario innanzitutto trovare l'intersezione tra i nostri punti di forza e ciò che ci piace fare. Stilata la frase, un suggerimento finale: bisogna imparare a porsi sempre come problem solver. E' questo il messaggio da trasmettere.

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giovedì 14 novembre 2013

Donne e lavoro

Ho letto questa intervista a Grace Perez-Navarro su "Io donna" e ho pensato di riportare le parti più significative perché mi sembra contenga qualche consiglio utile per una donna che voglia migliorare l'approccio al lavoro.

Mi piacerebbe leggere cosa ne pensate e, in particolare, cosa ne pensano le amiche del forum che sono numerose ma troppo silenziose...

Che cosa c'è dietro la mancata ascesa deòlle donne nei luoghi di potere? "Pensare che sia sufficiente aver fatto un buon lavoro per andare avanti e fare carriera. Non è così". Grace Perez-Navarro, prima donna a capo della divisione fiscale dell'Ocse, l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, non ha mezzi termini, la pensa così.

(...)

Ci sveli, lei che ce l'ha fatta, cosa manca per avere finalmente accesso alle stanze dei bottoni.

In sintesi, l'autopromozione. La capcità di promuovere il lavoro per il quale, usando un giro di parole, ci aspettiamo di essere promosse. Qualcosa che gli uomini praticano con sistematicità e che in generale sanno fare piuttosto bene anche quando il loro lavoro è mediocre. Noi facciamo più spesso l'esatto contrario: lavoro eccellente e marketing inadeguato di noi stesse.

Lei è una delle poche donne al vertice dell'Ocse. Come ci è arrivata?

Sono stata fortunata: sono cresciuta professionalmente lavorando a lungo con un capo stimolante, con una mentalità aperta, un uomo senza alcun pregiudizio all'approccio femminile alla professione. La carriera è stata, a quel punto, un percorso relativamente facile.

Ci sta dicendo che senza un mentore non si va da nessuna parte?

Certo, è più faticoso progredire in un ambiente culturalmente ostile, dove non esiste conciliazione tra vita e lavoro. Tutto questo di solito coincide con lo scarso riconoscimento dei talenti.

(...)

Come si posso creare condizioni favorevoli alle carriere femminili?

Nelle aziende può rendersi necessaria l'introduzione delle cosiddette politiche di genere. Per valorizzare le donne lavoratrici, ma anche i giovani uomini, sempre più impegnati nella vita familiare e nella crescita dei figli, sarebbe sufficiente rendere l'organizzazione flessibile e più efficiente. L'esempio che si porta sempre è quello della riunione convocata alle 19...

Quanto è costata la Grande Crisi alla forza lavoro femminile in Europa?

Gli effetti si fanno sentire ancora oggi. All'inizio della recessione erano mediamente più gli uomini a perdere il lavoro a causa del crollo di comparti maschili come le costruzioni. Ma ora sono le donne che fanno più fatica a rientrare nel mercato. Alle loro spalle si è chiusa una porta pesante.

(...)

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