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giovedì 11 luglio 2019

Lavoro: gap di 2.700 euro tra uomini e donne

"la Repubblica" ci parla del gap che ancora oggi esiste tra gli stipendi di uomini e donne.

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giovedì 25 ottobre 2018

Stipendi, il divario uomo-donna cresce ai piani alti

(Fonte: "Il Corriere della Sera")

Se sei donna, più sali più ti arrabbi con i colleghi uomini.
Le alte gerarchie aziendali, infatti, almeno dal punto di vista del gap salariale uomo donna, non sono per niente virtuose. Lo si deduce dall’indagine «Executive compensation outlook 2018» realizzata
dalla società di recruiting Badenoch & Clark, in collaborazione con JobPricing specializzata in analisi retributive.
Se infatti si considera l’intero mercato dei dirigenti, lo scarto nelle buste paga esiste ma non è drammatico: 94.315 euro lordi annui di retribuzione fissa per le donne, 103.405 per gli uomini, il 9,6% in più.


Più marcato e molto significativo diventa il gap se si passa alle società quotate in Borsa ma si resta nella fascia bassa dei dirigenti, i non executive, quelli cioè che non fanno parte delle direzioni aziendali. In quest’area le retribuzioni medie oscillano tra i 47.352 euro delle donne e i 65.576
dei corrispettivi uomini (+38,5%).
La disuguaglianza diventa infine formidabile se si resta nelle società quotate ma si considerano solo i profili executive: 276.156 euro se sei donna, 470.675 per il pari grado maschio, cioè ben il 70,4%
in più.


Un divario eccessivo? C’è di peggio. Perché se si va a segmentare il mercato delle quotate per livelli di fatturato, in certe situazioni le retribuzioni maschili diventano più del doppio di quelle femminili. E’ il caso per esempio dei presidenti dei consigli di amministrazione di aziende con alto giro d’affari (oltre gli 800 milioni di euro): le donne in questo caso subiscono un gap retributivo addirittura del
133,2%. C’è però una significativa attenuazione di queste differenze abissali se si vanno ad esaminare i ruoli apicali più operativi. Infatti una donna amministratore delegato di un’azienda quotata, posizione che riesce a raggiungere solo 5,6 volte su 100, fa ridimensionare il gap fino al
15,7%.


«È una fotografia impietosa (...) che mette bene in evidenza il ritardo notevole del nostro paese rispetto ad altri in ambito di carriera e retribuzioni delle donne. Eppure non mancano studi che dimostrano una correlazione positiva fra un elevato tasso di gender diversity dirigenziale e il successo di un’azienda». In definitiva, pur se negli ultimi dieci anni sia cresciuto di quasi sei volte
il numero delle donne presenti nei board aziendali, passando dal 5.9 % al 33,6% del 2017 (ma solo all’11,3% nelle quotate) ciò non ha intaccato le disuguaglianze retributive.


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mercoledì 4 luglio 2018

Restare nella stessa azienda per più di 2 anni deprime il proprio stipendio

Il mensile statunitense Forbes incoraggia a cambiare lavoro per strappare miglioramenti in busta paga tra il 10 e il 20%. Ma i cacciatori di teste avvertono: molte imprese sono diffidenti verso chi si sposta a ritmo continuo, come i giovani manager della generazione Millennials.
Ce ne parla "la Repubblica".

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mercoledì 6 giugno 2018

Allarme stipendi: gli italiani guadagnano poco

(Fonte: "La Stampa")
  
Per gli stipendi degli italiani il 2017 non ha portato grandi mutamenti, ma c’è qualcuno che può cominciare a sorridere: non ci crederete, sono le donne e i più giovani. La retribuzione media in Italia è di 29.380 euro lordi. Secondo l’ultima rilevazione Ocse l’Italia è al nono posto nella zona euro. Un operaio guadagna in media poco meno di 25 mila euro e deve lavorare quattro mesi per arrivare allo stipendio mensile di un dirigente, che guadagna in media 101.821 euro lordi annui: sono 4.542 euro netti al mese contro 1.475.

Se in Italia cresce il peso della retribuzione variabile, che è positivo, il JP Salary Outlook dell’Osservatorio JobPricing su 400 mila retribuzioni rivela anche un dato non positivo: quello di una enorme massa di basse retribuzioni. Il ceto medio è diventato un circolo esclusivo?, si domanda il rapporto. Purtroppo è così: in Italia l’83,6% dei lavoratori guadagna meno di 35 mila lordi l’anno, vale a dire 2.692 euro lordi al mese per 13 mensilità.
Il 42,8% non arriva a 27 mila euro, solo il 4,5% supera i 55mila, mentre una pattuglia dell’1% percepisce stipendi superiori a 100 mila euro lordi l’anno.

Un appiattimento della massa salariale che non aiuta i consumi, che richiede interventi sullo stipendio variabile di produttività e sul sistema di welfare aziendale. Sul piano delle differenze qualche buona notizia fa sorridere di speranza sia le donne che i più giovani.
Le differenze di genere infatti mediamente si riducono (il delta retributivo fra femmine e maschi è passato dal -12,7% del 2016 al -10,4% del 2017), anche se una donna comincia a guadagnare dalla seconda settimana di febbraio se paragonata a un uomo (la differenza media è di circa 3 mila euro lordi all’anno). Le donne ai vertici aziendali continuano a essere poche e peggio pagate degli uomini. Solo il 15% dei dirigenti sono donne e la loro Ral (retribuzione annua lorda) è in media inferiore di  9mila euro.

Infine, i giovani. Si sa che la retribuzione aumenta con l’età. Lo stipendio annuo lordo medio all’ingresso della carriera lavorativa (fino a 24 anni di età) è di 22.526 euro; alla fine del percorso professionale (oltre 55 anni) cresce a 33.155 euro, il 47,2% in più rispetto al gradino di partenza. Dato positivo è che le retribuzioni d’ingresso stanno crescendo (+5,5% nel 2017 per gli under 24) e che studiare paga. I lavoratori con laurea percepiscono in media una retribuzione più elevata dei colleghi con titolo di studio inferiore: la Ral media dei laureati è di 39.730 euro, quella dei non laureati è di 27.849 euro, con uno scostamento del 42,7%. Il ritorno economico dell’investimento nell’istruzione c’è: più sono gli anni di studio (e più è avanzato il titolo di studio ottenuto),maggiore è la retribuzione percepita.


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giovedì 9 febbraio 2017

Gli stipendi? Un italiano su dieci guadagna sotto il minimo

(Fonte: "Il Corriere della Sera")

Il 10% dei dipendenti in Italia  ha  uno  stipendio  più basso dei minimi contrattuali.
Più basso di quanto? Del 20% in media. Questo ha verificato sul campo Andrea  Garnero,
economista Ocse, con uno studio il cui titolo è già una valutazione dell’efficacia dei contratti nazionali: «Il cane che non abbaia non morde». Come dire: tanto parlare e difendere i contratti nazionali (anche contro l’idea di un minimo salariale fissato per legge) per poi scoprire che in realtà questi minimi non vengono garantiti a tutti.
 

I penalizzati sul fronte delle retribuzioni hanno nomi e cognomi. Si tratta dei dipendenti delle  piccole  imprese,  delle donne, dei lavoratori del Sud, dei dipendenti con contratti a termine di vario tipo. Va rilevato, poi, che non tutti i settori sono  uguali.  Quelli  con  la maggior  quota  di  lavoratori pagati  sotto  i  minimi  sono l’agricoltura (31,6% dei dipendenti) e le professioni legate a
cultura, arte e sport (30.9%) seguite da chi opera nell’alberghiero  e  nella  ristorazione (20,7%),  dall’immobiliare (15,5%). Quelle dove il divario è minore sono la pubblica amministrazione (4,15%), le telcomunicazione (7%), le costruzioni (7,4%) e i trasporti (7,9%).


Garnero  ha  utilizzato  tre fonti per il suo studio: rilevazione sulle forze di lavoro Istat dal 2008 al 2015, dichiarazioni dei datori di lavoro relative al 2010 e dati Inps sulle comunicazioni delle imprese per il pagamento dei contributi (2008 -2014). Lo studio calcola anche i salari reali definiti dai minimi  contrattuali  nelle  diverse Regioni (i valori nominali dei minimi parametrati ai prezzi nei vari territori). Si evidenzia così come il salario reale nelle regioni del Sud sia più elevato.
Dalla Campania in giù il minimo  contrattuale  garantisce circa 9,8 euro l’ora contro i 9 dall’Emilia Romagna in su. Garnero evidenzia poi come i  salari  minimi  definiti  dai contratti in Italia siano relativamente elevati (il 75-80% del valore mediano degli stipendi pagati dalle aziende). Inoltre
chi è pagato sotto il minimo di solito non ha alcun adeguamento quando viene firmato un nuovo contratto. 


«È urgente mettere mano alla contrattazione  collettiva»,  osserva Garnero. Che propone tre strade a costo zero: «Diminuire il numero dei contratti. Assicurare che siano firmati solo da organizzazioni  rappresentative. E renderli noti a tutti».

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lunedì 30 gennaio 2017

Stipendi, ecco dove sono i più alti

"Il Corriere della  Sera" ci racconta in quali settori gli stipendi sono più alti.

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mercoledì 30 novembre 2016

Stipendi più alti solo per alcuni

Quali sono le categorie che hanno visto crescere lo stipendio? Ce lo racconta "Affari&Finanza".

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