martedì 28 febbraio 2017

Posti di lavoro fuori azienda

(Fonte: "Italia Oggi")

C’è chi prevede che il lavoro dipendente finirà. Infatti, negli Stati Uniti, non è mai stato così massiccio il ricorso all’outsourcing da parte dei grandi gruppi con molti dipendenti, da Google a Wal-Mart, che da tempo stanno cercando in maniera pesante di appaltare all’esterno molte parti della propria attività. Nessuno, nel settore del trasporto aereo si avvicina al grado di efficienza
raggiunto dalla compagnia Virgin America quanto a rapporto fatturato-dipendente. E questo perché la consegna del bagaglio, la manutenzione pesante, le prenotazioni, la ristorazione e molte altre funzioni non sono realizzate dai dipendenti dell’aerolinea, ma invece affidate a contraenti esterni. In
pratica date a lavoratori che sono fuori dall’azienda. Sono esternalizzate, come si dice con una brutta parola. Date in outsourcing. «Noi esternalizziamo ogni lavoro possibile che non sia a contatto diretto con la clientela», ha spiegato David Cush, ad della compagnia aerea agli investitori lo scorso
marzo, secondo quanto ha riportato il Wall Street Journal.
 

Mai prima d’ora le aziende americane hanno cercatodi impiegare così poche persone. L’ondata di outsourcing che ha interessato in passato la produzione di abbigliamento in Cina e le operazioni realizzate attraverso i call-center in India ora è probabile che andrà a interessare tutta l’industria
degli Stati Uniti, in quasi tutti i settori.
Gli uomini e le donne che scaricano container nei magazzini di Wal-Mart Stores sono forniti dalla società per le operazioni di logistica Schneider National, che a sua volta subappalta alle agenzie
di lavoro temporaneo. Pfizer ha utilizzato contraenti per eseguire la maggior parte dei suoi studi clinici sui farmaci l’anno scorso.
Il modello del contraente è così prevalente che Google, che fa capo alla holding Alphabet, classificata dalla rivista Fortunecome il posto migliore dove lavorare negli ultimi sette anni del decennio scorso, conta approssimativamente lo stesso numero di lavoratori in outsourcing rispetto a quello dei dipendenti a tempo pieno. Circa 70 mila Tvc, un’abbreviazione per indicare i lavoratori occasionali (venditori, verificatori dei test drivers, revisori di documenti legali, quelli che rendono più facile l’uso dei prodotti, quelli che gestiscono progetti di marketing) svolgono tante altre
mansioni e funzioni. Indossano distintivi rossi sul posto di lavoro, mentre sono bianchi quelli dei dipendenti.
Questo sistema garantisce alle imprese una maggiore flessibilità anche in relazione alla domanda e
permette loro di rimpiazzare i lavoratori controllando i costi.
Al momento nessuno sa quanti siano i lavoratori saltuari perché non sono stati ancora censiti, ma secondo le stime degli economisti sarebbero all’incirca intorno a 20 milioni di persone. In pratica
dal 3 al 14% della forza lavoro degli Stati Uniti. Bank of American Verizon Communications Procter&Gamble, Fedex hanno migliaia contraenti. Nel settore dell’oil & gas e in quello farmaceutico il rapporto è di due a uno.
Nei prossimi anni i dipendenti saranno ridotti al minimo. Una rilevazione della società di consulenza
e di outsourcing Accenture aveva previsto che una fra le 2 mila più grandi società globali non avrebbe più assunto dipendenti nei prossimi dieci anni. Pochi economisti ritengono che l’outsourcing sarà un trend dal quale si potrà tornare indietro.


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lunedì 27 febbraio 2017

Il mondo in mano ai robot ma il lavoro resisterà all’automazione

(Fonte: "Affari&Finanza")

L’hi-tech brucia posti e ciò alimenta previsioni catastrofiche ma si stanno anche prendendo misure adatte a gestire una complessa fase di transizione. La Daimler su alcune linee produttive riduce le macchine e rimette gli uomini

Hal lo ammette, “ho paura”. È un sentimento umano, privilegio dei computer più sofisticati. Comincia a cantare, “giro giro tondo”. Sempre più lentamente, finché si spegne. E Frank torna padrone dell’astronave. È una delle scene più inquietanti di “2001 Odissea nello spazio”. L’astronauta che vince sulla macchina che lo voleva uccidere è la catarsi tipica di uno sterminato filone letterario e cinematografico.
Il film di Stanley Kubrick assorbiva nel 1968, nel periodo cruciale dell’uomo sulla luna e della sfida nello spazio tra Usa e Urss, l’angoscia atavica del fantascientifico darwinismo postindustriale. La paura della rivolta delle macchine e della sostituzione degli esseri umani attraverso l’intelligenza artificiale. Sconfiggendo HAL, Frank ristabiliva la famosa prima legge della robotica del grande scrittore di fantascienza Isaac Asimov: “Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno”. 
Oggi quella legge sembra di nuovo in pericolo.

A rischio uno su due
Gli studiosi più pessimisti dicono che negli Stati Uniti, nei prossimi vent’anni, un posto di lavoro su due sarà spazzato via dalle macchine. La sfida dei robot all’uomo è tornata più attuale che mai. Non c’è bisogno di spingersi sul terreno di chi teme che in futuro i computer possano prendere il controllo degli esseri umani come nel capolavoro di Kubrick; e tra loro figurano non aspiranti stregoni ma il fondatore di Microsoft, Bill Gates, e il fisico Stephen Hawking, secondo il quale siamo alla vigilia “di un evento che potrebbe essere il più importante nella storia umana ma anche l’ultimo, se non impariamo ad evitarne i rischi”. Ma vale la pena analizzare uno dei fenomeni più studiati negli ultimi anni, quello dell’impatto dei robot sull’occupazione.
Innumerevoli ricerche, ormai, calcolano il possibile tasso di sostituzione dei lavoratori attraverso le macchine, cercano di stimare la perdita di posti di lavoro nel vecchio e nel nuovo mondo a causa del progresso tecnologico. Ed è un discorso che ha moltissimo più a che fare con il tema deflagrato durante la Grande crisi, quello del declino della classe media e delle diseguaglianze, di quanto non si pensi.
A metà gennaio, all’ultimo Forum economico mondiale di Davos, c’era anche il consigliere economico di Donald Trump, Anthony Scaramucci. E mentre sulle Alpi svizzere rimbalzavano notizie confuse di top manager che si affannavano a promettere di spostare le fabbriche in America e creare posti di lavori nel Paese che ha annunciato una feroce crociata contro la globalizzazione, un moderatore gli ha fatto la domanda più azzeccata.

Uffici de-umanizzati
“Scusi”, ha chiesto a Scaramucci, “voi vi occupate del lavoro delocalizzato in altri Paesi, ma cosa farà Donald Trump con i milioni di posti di lavoro che spariranno nei prossimi anni in America per la digitalizzazione?”. Imbarazzato silenzio.
Lo spettro delle fabbriche e degli uffici de-umanizzati è antico anche nell’economia più potente del mondo. Nel 1940, nel discorso dello Stato dell’Unione, il presidente americano Franklin Delano Roosevelt disse che la disoccupazione ancora alle stelle - dopo il decennio della Grande Depressione - era dovuta al fatto che “riusciamo a creare posti di lavoro più lentamente di quanti l’innovazione ne faccia sparire”. Nei decenni successivi, le paure di Roosevelt e le previsioni apocalittiche dei più pessimisti non si sono mai avverate.
L’economia è cambiata, l’industria e la finanza hanno continuato a garantire milioni di posti di lavoro, e anche oggi, nel mezzo di una nuova rivoluzione, quella tecnologica, non tutti concordano con una delle stime più citate.
Due studiosi di Oxford, Carl Benedikt Frey e Michael A. Osborne, hanno calcolato che nei prossimi due decenni, il 47% dei lavori negli Stati Uniti potrebbe essere spazzato via dai robot. E anche chi non concorda con questa devastante previsione, ammette che ormai nessuno è al riparo dalla digitalizzazione. Quella di pensare che il lavoro in fabbrica sia più a rischio che quello alla scrivania è una pia illusione. Nell’elenco dei mestieri che sono minacciati dall’automazione ce ne sono di “insospettabili”: il farmacista, l’avvocato, il giornalista, il baby sitter, il chirurgo, il soldato. Nessuno è al riparo.
Quanto ai numeri complessivi, Melanie Arntz, Terry Gregory e Ulrich Zierahn hanno curato uno studio per l’Ocse in cui arrivano a conclusioni molto diverse da quelle dei colleghi di Oxford. Appena il 9% dei posti nei 21 Paesi più industrializzati al mondo sarebbe a rischio, con un picco del 12% in Austria e il record negativo in Corea (7%). L’Italia sarebbe nella media: poco sotto il 10%. Ma l’aspetto interessante è che il loro dato rispecchia una riflessione condivisibile: “il lavoro include sempre una serie di compiti che sono difficili da automatizzare tutti”. Inoltre i cambiamenti tecnologici “creano anche nuovi lavori, perché nascono nuovi prodotti e servizi e perché le aziende diventano più competitive e creano nuove tecnologie”.

Il caso tedesco
Un esempio viene dalla Germania, che è fra i cinque Paesi che assorbono la stragrande maggioranza, ossia il 70%, dei robot industriali al mondo (gli altri sono la Cina, il Giappone, gli Usa e la Corea). La prima economia europea è esemplare anche perché è trainata dall’industria dell’automobile, che è anche quella che ha comprato il maggior numero di macchine, al livello globale, tra il 2010 e il 2014, e ad un ritmo di crescita da capogiro: in media +27% all’anno. Ma alla Daimler, negli ultimi anni, il prevalere del modello Toyota, dell’automobile “on demand”, ha costretto i manager ad un ripensamento. Le ordinazioni che arrivano al colosso dell’automobile, sono le più bizzarre: Swarowski sui fari o rifiniture speciali in oro o chissà. Così, nel tratto finale della catena di montaggio delle Mercedes i robot sono stati sostituiti degli operai. Per venire incontro alle richieste dei singoli clienti ci vuole la mano dell’uomo. I robot non sono abbastanza flessibili. Intelligenti, si potrebbe quasi dire.

La Grande Ristrutturazione
L’economia, insomma, cambia e non imbocca mai una direzione sola. Nell’Ottocento l’agricoltura dava lavoro all’80% degli americani; oggi è il 2%. Ed è una rivoluzione che non ha provocato né pesti né carestìe, ma un mondo nuovo. Però Eric Brynjolfson e Andrew McAfee, autori di “La nuova rivoluzione delle macchine” (Feltrinelli), uno dei maggiori best seller degli ultimi anni su come le tecnologie stanno ridisegnando il mondo, avvertono: “la radice del nostro problema è che non siamo in una Grande Recessione o una Grande Stagnazione, ma nella prima fase di una Grande Ristrutturazione. Le tecnologie corrono e molti dei nostri lavori e delle nostre organizzazioni restano indietro”. Per loro è “urgente” che se ne discuta e che gli uomini “riconquistino la guida della corsa”.
Uno dei problemi principali posto dalla scomparsa del lavoro è quello poco discusso delle ripercussioni sociali. Richard Freeman, economista di Harvard, parla del rischio di un “feudalesimo dell’età delle macchine”. La robotizzazione, afferma non senza un’eco marxiana, “rischia di dividere le società tra i proprietari dei robot da una parte e i lavoratori dall’altra”.
Insomma, “il maggiore rischio non è un futuro senza lavoro, bensì un futuro in cui i salari saranno in calo o stagnanti (perché le macchine si prenderanno la quota maggiore di lavori ad alta produttività) e la fetta di guadagno che andrà ai proprietari, aumenterà”. La robotizzazione rischia dunque di aumentare ulteriormente le diseguaglianze. E questo è un problema centrale, che bisogna cominciare a porsi sin d’ora.
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venerdì 24 febbraio 2017

Specializzazioni ma non troppo

(Fonte: "Italia Oggi")

Specializzazioni professionali da maneggiare con cura. La parola d’ordine è polivalenza, valorizzando la formazione professionale continua. La scelta di un settore specifico deve essere solo successiva a un’ampia preparazione di base che permetta di adattare la propria attività alle
esigenze di mercato. Deve, infatti, essere scongiurato il rischio che i professionisti specializzati si trovino espulsi dal mercato professionale nel caso in cui i trend dovessero cambiare. 


In base alla ricognizione effettuata da ItaliaOggi Sette è questa la strategia di base che le professioni tecniche (ingegneri, periti industriali, architetti, geometri, periti agrari, agronomi, chimici, tecnologi
alimentari e geologi) in Italia stanno mettendo in campo per affrontare i continui cambiamenti del mercato professionale.
In controtendenza rispetto al mondo economico-giuridico che, invece, spinge sempre di più verso la specializzazione professionale, l’atteggiamento delle professioni tecniche, pur con qualche differenza
tra le categorie, risulta essere di maggior prudenza.
Le specializzazioni, infatti, possono rivelarsi un’arma a doppio taglio. Fermo restando che, per qualsiasi tipologia di attività, il professionista cosiddetto generalista è una realtà che non può più trovare un eccessivo campo di azione, è pur vero che chiudersi in un settore di nicchia rischia di esporre i professionisti al rischio di fare estrema fatica a reinventare l’attività.
Dinamica che rischia di essere tanto più evidente nelle realtà economiche distanti dalle grandi città. Meglio, quindi, valorizzare la formazione professionale continua attraverso la quale ciascun
soggetto può, sulla base delle esigenze di tempo e di luogo, acquisire quelle competenze certificate e necessarie ad emergere nel settore di interesse. Delineata una linea comune di azione, però, non
mancato le differenze di opinione non solo tra le professioni aderenti alla Rpt, ma anche all’interno delle stesse categorie e tra generazioni.
Ad esprimere maggiore cautela nei confronti delle specializzazioni sono, ad esempio, i Giovani ingeneri guidati da Marco Cantavenna ad avviso del quale «spingere verso un’eccessiva specializzazione è rischioso, soprattutto per i giovani professionisti. In un momento in cui non è ancora chiaro l’andamento del mercato libero professionale del settore, anche alla luce delle continue novità in campo tecnologico, è importante che i giovani che si affacciano alla professione lavorino per avere una preparazione di base che sia più ampia e articolata possibile in modo da
potersi adattare alle mutevoli esigenze di mercato. Più che sulle specializzazioni», ha sottolineato Cantavenna, «è importante lavorare sulla certificazione delle competenze che permetterebbero di avere un quadro più completo della realtà professionale». 

Non dello stesso avviso, invece, il rispettivo Consiglio nazionale di categoria (Cni) che, tramite
il consigliere Luca Scappini, ha posto l’accento «sul fatto che il mercato ingegneristico è ampio e articolato ed è necessario fare una distinzione tra quelle che sono piccole realtà e quello che le dinamiche internazionali ci chiedono. Se si guarda a questo secondo aspetto», ha sottolineato il consigliere, «è innegabile che il mercato chieda una specializzazione ed è proprio in questa
direzione che dobbiamo lavorare». Tesi a grandi linee condivisa anche dagli architetti ad avviso dei quali visto e considerato che la formazione di base offerta dai percorsi universitari è omogenea sul territorio i professionisti sono al riparo dal rischio di non sapersi adattare ad esigenze di mercato differenti. Inoltre, alla luce dell’ampia concorrenza esistente nel settore è importante lavorare sia
sulle specializzazioni professionali, sia su una miglior qualificazione professionale grazie alla formazione professionale continua come elemento da valorizzare.
Di diverso avviso, invece, i geometri. «La parola chiave che ha permesso alla categoria di non soccombere al periodo di crisi economica è polivalenza», ha spiegato il vicepresidente del Cngegl Antonio Benvenuti, «siamo fortemente convinti che serva una formazione di base estremamente ampia, articolata e soprattutto strutturata che permetta ai futuri professionisti di applicarsi in tutti i settori a seconda di quelle che sono le richieste del territorio e del mercato. E il valore aggiunto
in questo caso», ha spiegato Benvenuti, «è la formazione professionale continua che se applicata a delle solide radici completa il professionista». 

Peculiare, invece, la situazione dei periti industriali che considerano il tema della specializzazione, in realtà, un falso problema. «La specializzazione per la categoria, infatti, è sempre stata e continua a essere un valore aggiunto e una risorsa, considerando che l’albo è composto da oltre 27 specializzazioni diverse, che ha permesso ai periti industriali di essere presente nelle diverse aree del sapere e quindi di coprire diversi settori di mercato», hanno fatto sapere dal Cnpi, «nello stesso tempo la tecnica e le sue evoluzioni normative sono così rapide che non consentono ad alcun professionista di avere una conoscenza completa del settore di attività. L’idea, quindi, è che sia necessario avere una preparazione generalista con una spinta decisa verso la specializzazione. Per
il professionista di area tecnica vale la pena ricordare il tema della progettazione integrata che si caratterizza per la condivisione dei sistemi, l’interazione delle competenze e la multidisciplinarietà». Allineati invece, periti agrari, chimici e agronomi. «Nel nostro settore», ha sottolineato il presidente del Conaf, Andrea Sisti, «il mercato cambia rapidamente, così come le esigenze del territorio e dobbiamo evitare che i professionisti rischino l’esclusione dal mercato chiudendosi in una sola nicchia. Per noi la strategia vincente è l’adattabilità unita alla formazione». Tesi condivisa anche dai
chimici, che sono tornati a porre l’accento sulla formazione professionale continua e dai periti agrari per i quali, «le competenze specifiche devono, eventualmente», ha sottolineato il presidente del Collegio nazionale Lorenzo Benanti, «solo essere successive a una preparazione di base ampia e
articolata». Infine, differenti le dinamiche dei tecnologi alimentari e dei geologi. I primi tramite la presidente Carla Brienza hanno posto l’accento sulla necessità, per la categoria, di riuscire a tornare ad una formazione universitaria su base quinquennale che sia omogenea sul territorio. I secondi, invece, hanno evidenziato la necessità di «avvicinare il percorso accademico alle esigenze del mondo professionale per arrivare, poi», ha precisato Francesco Pedutopresidente del Consiglio nazionale dei geologi, «ad affrontare il tema delle specializzazioni».


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giovedì 23 febbraio 2017

Mettersi in proprio

Io mi limito a riportare eh... ;)

(Fonte: "Italia Oggi")

Contributi a fondo perduto e finanziamenti a tasso zero sono le opportunità a disposizione dei giovani che vogliono crearsi un’opportunità di lavoro. Chi vuole affrontare una sfida
imprenditoriale, soprattutto se giovane, può contare su una vasta gamma di incentivi a vari livelli, sia nazionale che locale. Invitalia rappresenta sicuramente il punto di riferimento per queste misure di aiuto visto che gestisce più incentivi validi su tutto il territorio nazionale o su gran parte di esso.
 

Tra le misure attive per la creazione d’impresa a livello nazionale, sono operative SELFIEmployment e Smart & Start Italia. È anche possibile presentare richiesta di accesso allo strumento «Nuove imprese a tasso zero», anche se i fondi sono attualmente insufficienti per nuove domande.

SELFIEmployment è il fondo rotativo nazionale istituito dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali per l’incentivazione dell’autoimpiego destinato alle categorie di soggetti svantaggiati sul
mercato del lavoro. Questo strumento finanzia l’avvio di piccole iniziative imprenditoriali ed è rivolto ai giovani dai 18 fino a 29 anni, iscritti al programma Garanzia Giovani, disoccupati e non impegnati in percorsi di studio, non inseriti in tirocini curriculari e/o extracurriculari (i Neet). Il Fondo è gestito da Invitalia nell’ambito del Programma Garanzia Giovani.
I programmi di spesa finanziabili sono inclusi tra 5 mila e 50 mila euro e possono essere agevolati attraverso la concessione di finanziamenti a tasso zero non assistiti da alcuna forma di garanzia
reale /o di firma. I finanziamenti sono concessi secondo la regola comunitaria del «de minimis» ai sensi del Reg. 1407/2013. La domanda può essere inviata esclusivamente online, attraverso
la piattaforma informatica di Invitalia, con modalità a sportello. Al 1° gennaio 2017, dopo pochi mesi dall’avvio, sono state finanziate 75 iniziative per un’agevolazione concessa pari a 2,4 milioni
di euro.
 

Nuove imprese a tasso zero è un’agevolazione a beneficio dei giovani di età compresa tra i 18 e i 35 anni e delle donne che vogliono avviare una micro o piccola impresa.
Le agevolazioni sono valide in tutta Italia e finanziano progetti d’impresa con spese fino a 1,5 milioni di euro e prevedono un finanziamento a tasso zero della durata massima di otto anni, che può coprire fino al 75% delle spese totali. Le imprese devono garantire la rimanente copertura finanziaria e realizzare gli investimenti entro 24 mesi dalla firma del contratto di finanziamento.
Sono finanziabili le iniziative per la produzione di beni nei settori industria, artigianato e trasformazione dei prodotti agricoli, la fornitura di servizi alle imprese e alle persone, il commercio di beni e servizi e il turismo.
Possono essere ammessi anche i progetti nei seguenti settori, considerati di particolare rilevanza per lo sviluppo dell’imprenditoria giovanile: filiera turisticoculturale, intesa come attività per la valorizzazione e la fruizione del patrimonio culturale, ambientale e paesaggistico, nonché per il
miglioramento dei servizi di ricettività e accoglienza e innovazione sociale, intesa come produzione di beni e fornitura di servizi che creano nuove relazioni sociali o soddisfano nuovi bisogni sociali. La presentazione del business plan e della documentazione avviene esclusivamente online, attraverso
la piattaforma informatica di Invitalia. 

Attualmente le risorse finanziarie assegnate a questa misura non sono sufficienti a coprire il fabbisogno potenziale delle domande presentate ed è stata quindi sospesa l’attività di valutazione delle richieste risultate potenzialmente eccedenti. Tuttavia lo sportello di presentazione delle
domande rimane aperto e in caso di ulteriori stanziamenti l’attività di valutazione delle domande riprenderà.
Al 1° gennaio 2017, risultano finanziate 143 iniziative per un’agevolazione concessa pari a 35 milioni di euro.


Smart & Start Italia finanzia le start-up innovative. La nascita e la crescita delle start-up innovative in tutta Italia è sostenuta dallo strumento Smart & Start. Ha una dotazione complessiva di circa 200 milioni di euro e finanzia progetti con spese fino a 1,5 milioni di euro. Per accedere agli incentivi la
start-up innovativa non deve essere costituita da più di 48 mesi e deve essere di piccole dimensioni e avere sede legale e operativa in Italia.
Possono richiedere le agevolazioni anche le persone fisiche che intendono costituire una start-up innovativa, compresi i cittadini stranieri in possesso del visto startup. Le imprese devono essere
iscritte obbligatoriamente al registro delle Imprese come start up, non essere sottoposte a procedure concorsuali e in liquidazione volontaria, non devono essere in difficoltà e non devono aver ricevuto fondi e agevolazioni poi revocati per ordine del Ministero. La misura prevede un finanziamento a tasso zero da restituire entro otto anni che potrà arrivare fino al 70% dell’investimento totale, elevabile all’80% in particolari casi. Gli incentivi previsti dal programma Smart and Start, gestiti da
Invitalia, saranno operativi fino al 31 dicembre 2020. Le domande di agevolazione potranno essere presentate solo on line, utilizzando la procedura informatica messa a disposizione sul sito
internet www.smartstart.invitalia.it, con modalità a sportello.


Al 1° gennaio 2017, risultano finanziate 720 iniziative per un’agevolazione concessa pari a 211 milioni di euro.

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mercoledì 22 febbraio 2017

La rivincita degli antipatici

"Il Corriere della Sera" ci racconta che gli antipatici sono spesso impopolari tra i colleghi ma portano efficienza e meritocrazia.
Voi cosa ne pensate?

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martedì 21 febbraio 2017

Ricette per lavori soddisfacenti

(Fonte: "Internazionale")

E' abbastanza corretto dire che l’economia è vicina alla massima occupazione”, ha dichiarato di recente Janet Yellen, la presidente della Federal reserve, la banca centrale statunitense, in vista di un prossimo innalzamento dei tassi d’interesse. Ma la massima occupazione, come la pornografia, è negli occhi di chi guarda. 
Gli adulti statunitensi, che solo nel 69 per cento dei casi hanno un lavoro, sembrano lontani
dall’occupazione massima. In passato i governi parlavano di “piena” occupazione, oggi di “massima” occupazione: il concetto è lo stesso e ha bisogno di essere aggiornato.


Yellen ha in mente una definizione particolare di massima occupazione, costruita a partire dall’esperienza degli ultimi cinquant’anni. Negli anni sessanta e settanta molti pensavano che i tentativi del governo di stimolare la domanda potevano far abbassare il livello di disoccupazione solo fino a un certo punto. Al di sotto di quel “tasso naturale”, la disoccupazione sarebbe tornata a crescere nel giro di poco tempo e l’inflazione avrebbe registrato un’accelerazione. 


I tassi naturali del mondo ricco si sono spostati nel corso del tempo, passando da cifre inferiori al 5 per cento dopo la seconda guerra mondiale a livelli più alti negli anni settanta e ottanta, per poi tornare di recente verso percentuali più basse.
Gli economisti sostengono che il tasso naturale dipende dalla “disoccupazione frizionale”. Ogni mese milioni di lavoratori lasciano il loro impiego e milioni di altri lavoratori ne trovano un altro, e per una parte di loro c’è una pausa tra un lavoro e l’altro: questa è la disoccupazione frizionale. 


Alcuni fattori bloccano i posti di lavoro e aumentano la frizione. Il tasso di disoccupazione
frizionale più alto negli anni settanta e ottanta era in parte dovuto al fatto che i buoni posti di lavoro nelle fabbriche diminuivano mentre esplodeva l’impiego a bassi salari nel settore dei servizi. I lavoratori che avevano perso un buon impiego restavano più a lungo disoccupati nella speranza che prima o poi si sarebbe presentata un’opportunità migliore. Anche l’imposizione di ostacoli al cambiamento di lavoro, come le licenze o le abilitazioni per determinati lavori, può far aumentare il tasso naturale.
 

Altri fattori invece facilitano il processo.
Il tasso naturale più basso degli anni novanta potrebbe essere stato la conseguenza di processi di assunzione resi più efficienti dalla tecnologia informatica o dell’aumento dei posti di lavoro a tempo determinato che hanno assorbito alcuni lavoratori in una fase di transizione professionale.

Ma se l’obiettivo della piena occupazione è una società felice, i politici dovrebbero prestare attenzione alla qualità dei posti di lavoro, non solo alla quantità. Molte più persone sarebbero in attività se i governi eliminassero i sussidi alla disoccupazione e il salario minimo. Ma in questo modo la società se la passerebbe molto peggio.
I cambiamenti tecnologici complicano ulteriormente le cose. Una carenza di lavoratori potrebbe accelerare l’investimento nelle macchine e perfino la piena automazione. 


In un nuovo saggio Daron Acemoglu e Pascual Restrepo, due economisti del Massachusetts institute of technology, sottolineano che le economie caratterizzate dall’invecchiamento della popolazione e da una forza lavoro sempre meno numerosa non sembrano crescere più lentamente di quelle giovani, a differenza da quello che sostengono molti economisti. In questi casi è cresciuta l’automazione. E tuttavia, se i robot possono compensare gli alti tassi di pensionamento, quanti giovani lavoratori
potrebbero essere a loro volta superflui?
Non è imminente un’era di disoccupazione di massa dovuta alla tecnologia. La deinizione di occupazione massima, però, dovrebbe prendere in considerazione qualcosa in più dell’andamento del tasso d’inflazione. I governi dovrebbero tenere in considerazione le opzioni a disposizione dei lavoratori: il punto non è solo con quanta facilità riescono a trovare il lavoro che desiderano, ma anche quanto serenamente possano rinunciare a un lavoro che invece non desiderano. Eliminando gli ostacoli al cambiamento di occupazione e offrendo ai lavoratori una rete di sicurezza sociale che
gli consenta di riiutare gli impieghi più scadenti,  le  società  possono  promuovere un’occupazione che sia non solo piena, ma anche soddisfacente.


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lunedì 20 febbraio 2017

Metalmeccanici: diritto alla formazione

(Fonte: "Il Sole 24 Ore")

Il nuovo Ccnl dei metalmeccanici investe in maniera decisa sulla formazione continua, strumento essenziale per adeguare le competenze dei lavoratori ai rapidi cambiamenti imposti dalla
rivoluzione digitale. Questo investimento si traduce nel riconoscimento di un diritto individuale alla formazione: ciascuna azienda dovrà erogare a tutti i dipendenti a tempo indeterminato (con le
modalità individuate da Fondimpresa) un percorso formativo della durata di 24 ore procapite
nell’arco di un triennio.
Se l’impresa non eroga la formazione, il lavoratore, che entro la fine del secondo anno non è stato coinvolto in alcun percorso e non ha programmato il suo coinvolgimento per l’anno successivo, ha diritto a partecipare a iniziative formative esterne all’azienda (finalizzate ad acquisire competenze trasversali, linguistiche, tecniche e gestionali) della durata di 24 ore, con costi a carico del datore per i due terzi (entro un importo massimo di 300 euro). 


Il nuovo accordo collettivo riforma in maniera decisa anche la disciplina dei permessi per l’assistenza di familiari con problemi di disabilità grave, materia regolata dalla legge 104/1992.
Il nuovo accordo collettivo introduce un obbligo di programmazione delle assenze: il lavoratore che intende fruire dei permessi deve presentare un piano mensile, con un anticipo di 10 giorni rispetto al mese di fruizione. Così, ad esempio, per i permessi da fruire a marzo, il piano deve essere presentato entro il 18 febbraio.
La norma non chiarisce le conseguenze del mancato rispetto di questo termine. Sembra logico ipotizzare che, in caso di presentazione tardiva del piano, il lavoratore dovrà negoziare con l’azienda le modalità di fruizione dei permessi nel mese di riferimento.
Il termine di 10 giorni non deve essere rispettato da chi è in grado di dimostrare l’esistenza di ragioni di «necessità e urgenza» con qualsiasi mezzo idoneo a confermare la veridicità delle motivazioni addotte.
 

L’onere di programmazione viene introdotto anche per i congedi parentali, in caso di utilizzo su base oraria o giornaliera. In questo caso il dipendente deve presentare al datore di lavoro un piano di programmazione mensile, entro 7 giorni prima della fine del mese antecedente a quello di
fruizione (il termine è di 15 giorni prima dell’assenza, se l’utilizzo non è su base oraria o giornaliera).
Il lavoratore deve indicare il numero di giornate equivalenti alle ore richieste nel periodo e il
calendario dei giorni in cui sono collocati i permessi. Sono stabiliti termini ridotti a fronte di impedimenti oggettivi (in tal caso sono sufficienti 2 ore prima dall’inizio del turno e la documentazione attestante l’impedimento deve essere fornita entro i 2 giorni successivi).
La norma collettiva precisa, infine, che l’utilizzo dei congedi parentali su base oraria è frazionabile solo per gruppi di 2 o 4 ore giornaliere (1 o 2 ore per i part time pari o inferiori a 20 ore).

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