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lunedì 16 ottobre 2023

Sostenibilità e contesto aziendale

La sostenibilità è fondamentale nel contesto aziendale per questi motivi:
  • reputazione e branding: adottare pratiche sostenibili migliora la reputazione dell'azienda. I consumatori moderni sono sempre più attenti all'etica aziendale e cercano prodotti e servizi da aziende che dimostrano impegno per l'ambiente e la società. Una buona reputazione può attirare nuovi clienti, migliorare la fedeltà dei clienti esistenti e contribuire al successo a lungo termine dell'azienda;
  • riduzione dei costi: l'efficienza energetica, la gestione dei rifiuti e altre pratiche sostenibili possono ridurre i costi operativi. Ad esempio, un'azienda che riduce il consumo di energia non solo contribuisce a mitigare i cambiamenti climatici, ma può anche risparmiare notevolmente sui costi energetici;
  • accesso ai mercati globali: molte organizzazioni internazionali richiedono standard di sostenibilità per la fornitura di prodotti e servizi. Essere conformi a tali standard può aprire nuove opportunità di mercato e consentire l'accesso a contratti globali;
  • riduzione dei rischi: adottando pratiche sostenibili, le aziende possono ridurre i rischi associati a potenziali sanzioni legali, multe e danni alla reputazione dovuti a comportamenti non sostenibili o alla mancanza di conformità normativa;
  • innovazione: la sostenibilità spinge l'innovazione. La ricerca di soluzioni sostenibili può portare a nuovi prodotti, processi e tecnologie che mantengono l'azienda competitiva nel lungo termine;
  • coinvolgimento dei dipendenti: gli sforzi per adottare pratiche sostenibili coinvolgono spesso i dipendenti in iniziative di responsabilità sociale. Questo può migliorare il morale, la motivazione e la fedeltà dei dipendenti;
  • comunicazione trasparente: la trasparenza è un elemento chiave della sostenibilità. Le aziende che comunicano apertamente i loro sforzi per diventare più sostenibili possono costruire rapporti di fiducia con i clienti e gli stakeholder;
  • adempimento normativo: le normative ambientali e sociali sono in costante evoluzione. Mantenere alti standard di sostenibilità aiuta le aziende a rimanere conformi alle leggi e ai regolamenti
La sostenibilità è un pilastro fondamentale per le aziende moderne. Non solo contribuisce a migliorare la reputazione e l'efficienza, ma è anche cruciale per affrontare le sfide ambientali e sociali globali. Le aziende che abbracciano la sostenibilità sono ben posizionate per prosperare in un mondo sempre più attento all'etica e all'impatto ambientale delle attività aziendali.

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domenica 8 ottobre 2023

I tre pilastri della sostenibilità aziendale

Ci sono tre pilastri fondamentali che definiscono la sostenibilità ambientale
  • Ambiente: la sostenibilità ambientale presuppone la tutela e la conservazione dell'ambiente naturale. Ciò significa ridurre al minimo l'inquinamento, conservare la biodiversità, preservare le risorse idriche e del suolo, e mitigare i cambiamenti climatici attraverso azioni come la riduzione delle emissioni di gas serra;
  • Società: la sostenibilità ambientale tiene conto dell'impatto delle azioni umane sulla società. Ciò include garantire che le comunità abbiano accesso a risorse essenziali come acqua pulita, cibo sicuro, aria respirabile e una qualità della vita adeguata. Inoltre, si tratta di promuovere l'equità sociale, l'uguaglianza di genere e la partecipazione attiva delle persone nella gestione delle risorse;
  • Economia: la sostenibilità ambientale riconosce la necessità di un'economia stabile e prospera. Questo non significa solo la creazione di valore economico, ma anche considerare gli aspetti ambientali e sociali nelle decisioni economiche. L'obiettivo è sviluppare modelli economici che non esauriscano le risorse naturali in modo insostenibile e che contribuiscano al benessere a lungo termine delle comunità. 
In sintesi, la sostenibilità ambientale è un approccio olistico che cerca di equilibrare le esigenze umane con la conservazione e la protezione dell'ambiente naturale. Questo concetto è diventato cruciale nel contesto attuale, in cui i cambiamenti ambientali globali stanno mettendo in pericolo il nostro pianeta. Le organizzazioni, i governi e le persone stanno sempre più adottando pratiche sostenibili per garantire un futuro migliore per tutti.

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martedì 22 maggio 2018

La sostenibilità piace (e paga)

("Affari&Finanza")

«I consumatori sono più maturi, smettono (come prima motivazione) di comperare un prodotto quando si sentono presi in giro sulla sua “reale” sostenibilità. Una presa di coscienza nei confronti degli acquisti green che troppe aziende, ancora oggi, sottovalutano».
Conosce bene il comportamento degli italiani Fabio Iraldo, professore di management della sostenibilità alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa che, con le sue ricerche (tra le più significative sul tema, il «Green Economy Observatory» in collaborazione con la Bocconi di Milano che
ha studiato oltre 3.800 aziende) sviscera il rapporto tra i consumi nazionali e le politiche ambientali delle imprese. Una relazione, quest’ultima, che negli anni si è fatta sempre più complessa: «Ormai —osserva Iraldo — siamo arrivati al punto che il 52% di noi è persino disposto a pagare di più un prodotto che considera “veramente” sostenibile. La propensione, come conferma il «Global
Survey of Corporate Social Responsability and Sustainability» di Nielsen, è in aumento del 45% rispetto al 2014. Siamo di fronte, del resto, a una nuova consapevolezza ecologica che, in Italia e nel mondo, continua ad aumentare, trainata soprattutto dal desiderio di contribuire in prima persona al miglioramento della società».

Una coscienza verde che si è formata (in modo più evidente nelle nuove generazioni, mentre per le altre ci ha pensato, in parte, il quadro normativo che, negli ultimi anni, ha trasformato in obbligo parecchie scelte virtuose) «grazie all’evoluzione del contesto sociale: dai media (più sensibili, secondo il professore), fino all’entrata nei programmi scolastici (si inizia alle elementari) di temi come la raccolta differenziata, i gas serra, il surriscaldamento globale e i cambiamenti climatici».
Una sensibilità diffusa, appunto, ma anche una variabile di marketing in più che, per Iraldo, si rivela premiante, per le imprese che investono costantemente in ricerca e sviluppo (secondo Eurobarometro 2018, la media di quelle italiane è di circa il 6% del fatturato annuale) per diventare più sostenibili.
«Oltre il 40% delle nostre imprese — precisa — usa già materiali riciclati integralmente per il packaging e il 30% considera il “latogreen”come parte integrante dei processi creativi. Fino ad arrivare a quel 25% di aziende che addirittura ha implementato la vita utile dei propri prodotti. Gli sforzi, tuttavia, variano sensibilmente da settore a settore e il margine di miglioramento è ancora altissimo. Sono poche, del resto, le aziende in grado di affrontare il tema ambientale a 360 gradi. Mosche bianche come Sammontana, Gucci, Carlsberg».

Una chiave potente, la sostenibilità, che, oltre a promuovere comportamenti migliori (un terzo, a livello globale, le aziende che comunicano la carbon footprint dei propri servizi e prodotti, secondo lo State of Green Business Report 2018), rischia però di generare scenari poco trasparenti, al limite del greenwashing: definizione anglosassone inv entata proprio per indicare quelle aziende che usano le tematiche ambientali proprio perripulirsi (washing, appunto) la coscienza agli occhi dei consumatori. Atteggiamento, secondo Iraldo, in cui rischiano di scivolare anche le nostre imprese, visto che,
secondo le sue indagini sull’affidabilità dei messaggi pubblicitari a sfondo ambientale in Italia, la carenza di chiarezza coinv olge l’84% delle aziende nazionali. «Si tratta — conclude Iraldo — di un problema talmentediffuso in tutta la Ue che la Commissione europea sta lavorando per trovare il modo di accertare che gli argomenti legati alla sostenibilità sianoveri prima di usarli per fare comunicazione».

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venerdì 16 febbraio 2018

La sostenibilità conta per la busta paga?

 Ecco chi paga i manager anche per gli obiettivi sociali e ambientali. Ce ne parla "Il Corriere della Sera".

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lunedì 13 novembre 2017

Made in Italy competitivo se sostenibile

(Fonte: "Il Sole 24 Ore")

Più di un’impresa su quattro dall’inizio della crisi ha scommesso sulla green economy, che in Italia significa più ricerca, innovazione, design, qualità e bellezza. Sono infatti 355mila le aziende italiane (ossia il 27,1% del totale) dell’industria e dei servizi che dal 2011 hanno investito, o lo faranno
quest’anno, in tecnologie green per ridurre l’impatto ambientale, risparmiare energia e contenere le emissioni di CO2. Una quota che sale al 33,8% nell’industria manifatturiera, dove
l’orientamento green si conferma un driver strategico per il made in Italy, traducendosi in
maggiore competitività, crescita delle esportazioni, dei fatturati e dell’occupazione. E
quest’anno si registra una vera e propria accelerazione della propensione delle imprese a investire green: ben 209mila aziende hanno investito, o lo faranno entro fine dicembre, su sostenibilità ed efficienza, con una quota sul totale (15,9%) che ha superato di 1,6 punti percentuali i livelli del 2011.
 

È il quadro che si coglie dai dati di GreenItaly 2017, l’ottavo rapporto di Fondazione Symbola e Unioncamere, promosso in collaborazione con il Conai, uno studio che come da tradizione pesa la forza della green economy nazionale. Ne emerge, innanzitutto, che alla nostra green economy si devono già 2,9 milioni di green jobs, ossia occupati che applicano competenze “verdi”. Una cifra che corrisponde al 13,1% dell’occupazione complessiva nazionale, destinata a salire ancora entro
dicembre. Dalla nostra economia verde infatti arriveranno quest’anno 320mila green jobs
e, considerando anche le assunzioni per le quali sono richieste competenze green, si aggiungono altri 863mila occupati. Assieme all’occupazione, la green economy crea anche ricchezza: i quasi 3 milioni di green jobs italiani contribuiscono infatti alla formazione di 195,8 miliardi di valore aggiunto, pari al 13,1% del totale complessivo.
 

Le aziende della “green Italy” sono più propense a investire in ricerca: nel 2017 la diffusione
della divisione ricerca e sviluppo tra le medie imprese manifatturiere che hanno investito in prodotti e tecnologie green nel triennio 2014-2016 è a quota 27%, contro il 18% delle non investitrici. «Oltre a un tema di sostenibilità - sottolinea Domenico Sturabotti, direttore di Symbola - c’è anche un tema di dinamismo imprenditoriale: chi investe in green ottiene risultati migliori rispetto a chi non lo fa».
Ricerca e sviluppo sostengono i risultati in termini di fatturato ed export. Nel 2016 le medie imprese manifatturiere che investono green hanno avuto un dinamismo sui mercati esteri nettamente superiore rispetto al resto delle imprese: hanno incrementato l’export nel 49% dei casi, a fronte del 33% di quelle che non investono nel verde.
 

Spinto da export e innovazione, il fatturato è aumentato, fra 2015 e 2016, nel 58% delle imprese che
investono green, contro il 53% delle altre. E per quest’anno si aspettano di avere un incremento del fatturato il 57% delle imprese green contro il 53% delle altre. «Il fattore green - sottolinea Giuseppe Tripoli, segretario generale di Unioncamere - è un elemento sempre più distintivo, che connota la parte più innovativa del sistema produttivo nazionale. Le imprese che investono sull’economia verde sono una fascia di eccellenza che mette insieme capacità di fare business e sostenibilità».
Qual è la cartina geografica dell’Italia degli eco-investimenti? Molte le imprese green nelle regioni del Nord, ma la loro presenza è diffusa in tutto il territorio nazionale. La Lombardia è la regione con il più alto numero di imprese sensibili al tema (63.170), seguono il Veneto con 35.370 unità, il Lazio con 30.020 imprese green, l’Emilia Romagna a quota 29.480 e la Toscana con 29.340. Quindi troviamo il Piemonte con 24.470, la Campania (24.230), la Sicilia (23.940), la Puglia (22.070) e
Marche (9.820). A livello provinciale, in termini assoluti, Milano e Roma guidano la graduatoria staccando nettamente le altre province italiane grazie alla presenza, rispettivamente, di 22.300 e 20.700 imprese che investono in tecnologie green. In terza, quarta e quinta posizione, con oltre 10mila imprese ecoinvestitrici si collocano Napoli, Torino e Bari. La prima regione per numerosità assoluta di assunzioni programmate di green jobs in senso stretto è sempre la Lombardia, dove se ne contano 81.620, pari a poco più di un quarto del totale nazionale (25,7%). Seguono a distanza il
Lazio, con 35.080 assunzioni (11% del totale nazionale), l’Emilia Romagna con 32.960 di green jobs (10,4%), quindi Veneto a quota 30.940 e Piemonte con 24.340.


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mercoledì 4 ottobre 2017

Sviluppo sostenibile (4)

(Fonte: "Il Sole 24 Ore")

Cinque P per salvare il pianeta

La sfida della salvaguardia ambientale passa anche dalle interrelazioni con le altre variabili della sostenibilità


Prima i numeri. Si stima che in Italia siano presenti 2.700 specie viventi aliene, che non significa extraterrestri come nei filmacci di serie b bensì specie non originarie dell’Italia. Insetti, piante, mammiferi, pesci: la biodiversità italiana si arricchisce e al tempo stesso è minacciata, come insegna l’aggressivo scoiattolino grigio importato dagli Stati Uniti, che nei nostri boschi sta danneggiando gli alberi e scacciando lo scoiattolo europeo dal pelo fulvo e dalla coda imponente.
Nel 2014 sono stati investiti 740 milioni di euro in politiche a tutela della biodiversità. Basteranno? Ancora numeri: 6,1 milioni di abitanti vivono in zone a rischio di alluvione. Un milione gli italiani esposti al rischio di frane.
Sono questi alcuni dei dati di partenza per programmare lo sviluppo sostenibile nel campo dell’ambiente. Di più: la componente ambientale è centrale nella locuzione sviluppo sostenibile. Questa locuzione ha una storia lunga di decenni e la sua definizione è andata modellandosi nel tempo con l’evolversi della sensibilità sociale. Ma l’ambiente è il minimo comun denominatore delle diverse versioni di sviluppo sostenibile: l’ambiente è la radice dello sviluppo sostenibile fin dal 1972, quando il Club di Roma e il Massachusetts Institute of Technology presentarono il rapporto «I limiti dello sviluppo». È ancora l’ambiente al centro della definizione ormai più consolidata data nell’87 dal rapporto Brundtland: lo sviluppo sostenibile non è una «condizione di armonia», invece è
un «processo di cambiamento tale per cui lo sfruttamento delle risorse, la direzione degli
investimenti, l’orientamento dello sviluppo tecnologico e i cambiamenti istituzionali siano resi coerenti con i bisogni futuri oltre che con gli attuali».
Su questa base nasce la Strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile, in fase di lancio da parte del Governo italiano. Tra i punti del nuovo documento italiano, presentato in estate all’Onu e presto in Consiglio dei ministri, vi sono un risparmio di risorse, la tutela dell’ambienta e della biodiversità intesi anche come capitale immateriale, la riduzione delle emissioni e dell’inquinamento, la propensione verso la cosiddetta economia circolare. Princìpi meravigliosi nella teoria, ma
assai difficili da coniugare nella pratica. Soprattutto quando l’applicazione di questi concetti ha effetti immediati sull’economia e quindi sul portafoglio delle aziende e dei consumatori. L’ambiente è una risorsa, è un’opportunità ed è un costo. Secondo i casi e le situazioni, alcuni ne percepiranno la risorsa, alcuni l’opportunità e altri ne vedranno solamente il costo.
Quali i punti della strategia? Sono quelli dettati dal buonsenso. Fare quanto più possibile ricorso all’economia circolare, cioè quella che riutilizza le risorse in un circolo virtuoso come il ricupero delle materie prime riutilizzando i rifiuti. Ridurre e se possibile eliminare l’uso di combustibili di origine fossile (in ordine di inquinamento: carbone, petrolio, metano). Alzare l’efficienza energetica e il risparmio, in modo da produrre di più con meno energia. Invogliare le persone e le aziende verso la mobilità sostenibile per spostarsi e per muovere le merci. Ridurre l’inquinamento. Tutelare la biodiversità. Proteggere gli ambienti naturali. 


Il piano italiano è ancora tratteggiato per linee guida; i documenti ufficiali non sono ancora stati riempiti con i numeri e con i valori in euro, valori sui quali potranno accendersi battaglie aspre. Ma uno degli aspetti più forti è l’integrazione fra elementi interrelati in modo strettissimo. Un esempio: il
rapporto fra la mobilità sostenibile e i divari economici che spingono le persone a spostarsi fra aree diverse (per esempio nell’emigrazione ma anche nel pendolarismo quotidiano). Manca «una prospettiva complessiva e convincente per il futuro del nostro Paese», avverte per esempio un’analisi degli esperti di sviluppo sostenibile del grande network ASviS di associazioni, istituti di ricerca, Università, non profit. «I media tendono spesso a presentare le singole “emergenze” come se fossero totalmente indipendenti le une dalle altre», scrive l’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile, nel suo rapporto annuale presentato domani. Ecco perché le pagine della Strategia declinano la
dipendenza reciproca tra le cinque P dello sviluppo sostenibile (oltre a pianeta, partnership, pace, persone, prosperità).


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martedì 3 ottobre 2017

Sviluppo sostenibile (3)

(Fonte: "Il Sole 24 Ore")

Tre pilastri per lo sviluppo sostenibile economico

Welfare pubblico e privato, conciliazione vita-lavoro, formazione continua: Governo e imprese
stanno lavorando a nuovi strumenti di sostegno ai cittadini, con primi effetti positivi misurabili


La compensazione tra l’arretramento del welfare pubblico, ormai parte della nostra quotidianità, e l’avanzamento del welfare privato arriva, in parte, sul fronte fiscale. E cerca un suo spazio tra
le righe delle 5P (persone, pace, pianeta, prosperità, partnership) che sono state indicate nella
Strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile, in fase di approvazione. Da qualunque angolatura
si affronti il tema del welfare, il nodo delle risorse è quello più difficile da sciogliere e si intreccia
sempre con quello della sostenibilità. Tutti gli attori, dai corpi intermedi fino ai politici, quando si
avvicinano al welfare sanno bene che il conto di qualsiasi iniziativa è sempre molto salato e quindi prima ancora di discuterla ci sono due ragionamenti che devono scorrere paralleli: il primo riguarda l’utilità sociale, il secondo la sostenibilità in termini economici.


L’attivismo di imprese, sindacati e politici per poter portare al mulino dei lavoratori un risultato che vada al di là del denaro si misura in numerosi accordi. A diversi livelli. In molti contratti
collettivi nazionali di lavoro le imprese, d’intesa con i sindacati, hanno deciso di investire sulla sanità integrativa e sulla previdenza complementare, visto che con l’allungamento dell’età pensionabile, salute e sicurezza economica sono diventati una preoccupazione per i lavoratori. Ci
hanno pensato categorie come chimica, farmaceutica, meccanica, tessile, gomma plastica, solo
per citare l’inizio di un lungo elenco.
Passando dal livello nazionale a quello aziendale e territoriale parlano chiaro gli accordi sui
premi di produttività. Secondo gli ultimi dati diffusi dal ministero del Lavoro in settembre, sono
25.658 i contratti aziendali e territoriali depositati; la grande maggioranza si riferisce a contratti
aziendali mentre sono 2.319 i contratti territoriali.


Entrando nel merito dei contenuti delle intese attive nel 2017, 10.209 si propongono di raggiungere obiettivi di produttività, 7.413 di redditività, 6.188 di qualità, mentre 1.740 prevedono un piano
di partecipazione e 4.024 prevedono misure di welfare aziendale. Il meccanismo che questi accordi hanno sviluppato, allo stato attuale, appare molto virtuoso. Non si può dimenticare il ruolo del decreto interministeriale (in attuazione della norma contenuta nella legge di Stabilità 2016), che prevede una tassazione agevolata con imposta sostitutiva del 10% per i premi di risultato (con limiti per il premio e per il reddito), e per le somme erogate sotto forma di partecipazione agli utili dell’impresa e che prevede inoltre che l’eventuale scelta del lavoratore di convertire premi di risultato agevolati nei benefit ricompresi nel welfare aziendale comporti una detassazione completa. Tutto questo però a fronte di risultati oggettivi. Di qui la forte attenzione ai criteri di misurazione degli incrementi di produttività, redditività, qualità, efficienza e innovazione.Sulla detassazione del welfare le parti sociali hanno trovato una forte sintonia e l’escalation degli accordi mostra
l’interesse forte tanto nelle grandi imprese quanto nelle Pmi, come testimonia la crescita degli accordi territoriali (cui aderiscono soprattutto Pmi prive di rappresentanza sindacale). Quando si
parla di welfare si affronta un tema sempre molto complesso e non manca qualche preoccupazione, soprattutto in casa Cgil. Che la sperimentazione della detassazione vada proseguita non vi è
dubbio, ma il timore è che il capitolo previdenza e collettività, in futuro, ne facciano le spese. La detassazione dei premi avviene attraverso l’uso di risorse pubbliche, ma per la Cgil non si deve incorrere nell’errore di mettere in contrapposizione welfare contrattuale e welfare pubblico e soprattutto non si possono utilizzare risorse pubbliche per finanziare il welfare aziendale sottraendo risorse al sistema universale di welfare perché questo produrrebbe diseguaglianze.
Sempre rimanendo al livello aziendale c’è un altro intervento sul fronte fiscale da citare. E cioè
il decreto che riconosce sgravi contributivi ai datori di lavoro privati che abbiano previsto, nei
contratti collettivi aziendali, istituti di conciliazione tra vita professionale e privata dei lavoratori. La sperimentazione, prevista dal decreto legislativo n. 80/2015, consentirà di destinare 110 milioni per il biennio 2017 e 2018, a valere sul Fondo per il finanziamento di sgravi contributivi per
incentivare la contrattazione di secondo livello.
Welfare, conciliazione vita-lavoro, ma anche formazione continua. Lo sviluppo sostenibile
non può trascurare questo tassello. Con l’approvazione della legge n. 388/2000 sono nati i Fondi
interprofessionali, organismi bilaterali con il compito di favorire la formazione e l’occupabilità dei lavoratori. In questa fase di svolta tecnologica, i progetti di formazione non mancano, come mostrano le domande che arrivano ai bandi.
Non si può però dire lo stesso delle risorse, dopo il passaggio del contributo dello 0,30% della massa salariale lorda che alimenta i fondi allo 0,19%, a favore in una prima fase degli ammortizzatori
sociali e poi della fiscalità generale. La coperta, già corta, negli anni è stata accorciata ancor di
più, ma il ruolo strategico della formazione continua per l’occupabilità è rimasto immutato.


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lunedì 2 ottobre 2017

Sviluppo sostenibile (2)

(Fonte: "Il Sole 24 Ore")

La pubblicazione lo scorso marzo, ad opera del ministero dell’Ambiente, della Strategia nazionale
per lo sviluppo sostenibile e la presentazione della stessa alle Nazioni Unite a luglio sono buone notizie. L’idea forza del corposo documento è la presa d’atto (finalmente!) dell’urgenza di affrontare e risolvere il trilemma politico che fino ad ora ha bloccato ogni seria discussione intorno al grande tema dello sviluppo sostenibile. Si tendeva a pensare, infatti, che non fosse possibile avviare il Paese
lungo un sentiero dove crescita economica, tutela ambientale, inclusione sociale fossero congiuntamente perseguibili. Due soli di questi tre obiettivi – si riteneva – si sarebbero tutt’al più potuti conseguire. Ebbene, la novità, non da poco, del Documento in questione è quella di riconoscere esplicitamente che così non è, perché con una strategia adeguata è possibile tenere in armonia i tre obiettivi. Il che è quanto già raccomandava l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, approvata dalle Nazioni Unite il 25 settembre 2015, per dare risposta al “grido del pianeta” – per usare le parole di papa Francesco – che è diventato altrettanto forte di quello dei poveri e degli “scartati”.


Come fare per riuscire nell’impresa? Il Documento avanza una strategia che fa riferimento a cinque “P”: persone, pianeta, prosperità, pace e partnership.
Partnership tra enti pubblici (in primis, il governo), mondo della business community ed Enti di terzo settore (Ets), come ora, dopo la recente pubblicazione del codice del terzo settore (2 agosto 2017), vengono denominate le organizzazioni della società civile (oltre trecentomila in Italia). Non è per caso che nei 17 obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite si parli molto di più che non in passato del ruolo e dell’azione della società civile organizzata. In buona sostanza, il senso della partnership è quello di dare concreta applicazione al principio di sussidiarietà circolare, articolando in modo nuovo le relazioni tra Stato, mercato, comunità. Giova non confondere quella circolare
con le sussidiarietà orizzontale e verticale. Mentre con queste due ultime si ha una cessione di quote di sovranità dallo Stato agli altri due soggetti del triangolo sociale, con la sussidiarietà circolare si realizza una condivisionedi quote di sovranità.
“Non faccia lo Stato ciò che meglio possono fare gli enti inferiori e i soggetti della società civile”, è lo slogan della sussidiarietà orizzontale (e di quella verticale); “Faccia lo Stato assieme alle imprese e agli Ets” è invece lo slogan della sussidiarietà circolare (gli italiani mai dovrebbero dimenticare che la nozione circolare di sussidiarietà venne elaborata e messa in pratica, dapprima in Toscana, all’epoca dell’Umanesimo civile nel XV secolo).
Perché – sorge spontanea la domanda – la partnership, cioè la progettualità organizzativa partecipata, è fattore di decisiva rilevanza ai fini della risoluzione del trilemma di cui sopra? Una prima ragione chiama in causa la conoscenza. Come noto, questa è di due tipi: codificata l’una, tacita l’altra. Ora, mentre per acquisire e diffondere la prima è sufficiente servirsi dei codici (o protocolli) in cui essa è incorporata, la conoscenza tacita si trasmette solo per via di prossimità in modo relazionale.
Se dunque nella Strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile non vengono coinvolte tutte le classi di stakeholders per una carenza di partecipazione ai processi decisionali, è evidente che verrà a determinarsi una scarsità di tacit knowledge, con le conseguenze che si possono immaginare (si consideri che nelle condizioni odierne è la conoscenza tacita a fare aggio su quella codificata). Come spesso si legge, si dirà poi che i magri risultati conseguiti sul fronte dello sviluppo sostenibile sono da attribuirsi alla carenza di risorse o all’elefantiasi burocratica, ignorando la vera causa: la non volontà di siglare patti o stipulare alleanze tra enti pubblici, imprese, Ets. Per fare cosa? Primo, per fissare le regole del gioco, in particolare per definire le priorità degli interventi: quando le regole vengono fissate prescindendo dalle capacità effettive delle persone chiamate ad applicarle quasi mai i risultati sono soddisfacenti. Secondo, per decidere in merito ai modi di gestione dei progetti stabiliti.
Una seconda ragione che dice dell’importanza della partnership deriva dal fatto che in tutte le situazioni di interdipendenza, come sono quelle che concernono lo sviluppo sostenibile, sorge il problema del coordinamento delle decisioni prese dai vari attori. Come le scienze dell’organizzazione insegnano da tempo, il coordinamento richiede, per essere efficace, quella forma di comunanza che è propria delle azioni cooperative: ci si considera l’un l’altro come agenti internazionali e liberi di agire e, pertanto, capaci di accordarsi per un fine condiviso e di impegnarsi reciprocamente, rifiutando di porre in atto comportamenti opportunistici.
Quando un’azione, alla quale concorrono diverse azioni individuali, è comune occorre dare vita ad un’organizzazione speciale basata sull’autogoverno, che limiti il più possibile il principio di autorità a vantaggio del principio di ragionevolezza. L’istanza partecipativa non può dunque essere declinata dalle istituzioni come mera consultazione o concertazione di tipo “neo-corporativo”, e neppure come semplice informazione ai cittadini in forme top-down, tanto spesso attivate per giustificare decisioni già prese. Queste forme di coinvolgimento delle imprese e degli Ets – purtroppo ancora troppo praticate nel nostro Paese – ben poco hanno a che vedere con l’autentica partnership di cui parla il Documento.
In definitiva, è urgente che nel nostro Paese possa aprirsi una nuova stagione di dibattito pubblico in cui si chiarisca, una volta per tutte, che partnership non significa né consociativismo per conservare posizioni di rendita parassitaria, né assemblearismo, sul modello praticato dai movimenti sociali negli ultimi decenni; un modello quest’ultimo che, mentre non assicura una reale democraticità, si rivela inefficace come forma ordinaria di governo. Piuttosto, la partnership è l’unica via pervia per
accrescere il tasso di civilizzazione della nostra società. Quella della Strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile può costituire un’occasione preziosa e irripetibile a tale riguardo.


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venerdì 29 settembre 2017

Sviluppo sostenibile (1)

(Fonte: "Il Sole 24 Ore")

"Il Sole 24 Ore" ha dedicato un intero inserto allo sviluppo sostenibile. Abbiamo deciso di proporvi alcuni estratti che ci sono sembrati interessanti e che leggerete tra oggi e i prossimi giorni.
Buona lettura!

La Strategia nazionale vede il traguardo

Verso il varo il provvedimento del Governo con le politiche per favorire la sostenibilità ambientale, economica e sociale in base agli obiettivi Onu

La Strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile comincia a vedere il traguardo dell’approvazione. Il documento coordinato dal ministero dell’Ambiente, discusso dai principali stakeholder italiani a marzo (oltre 200 Ong, università e agenzie di ricerca) e presentato alle Nazioni Unite in luglio, potrebbe essere portato al prossimo Consiglio dei ministri per l’approvazione. La buona notizia è che aggiorna la Strategia per lo sviluppo sostenibile prevista dalla legge 221/2015 utilizzando l’Agenda 2030 e gli SDGs (i 17 Strategic development goals) delle Nazioni Unite come quadro di riferimento, andando ben oltre le dimensioni puramente ambientali come inizialmente immaginato. Quindi, è un
documento che vola alto.
«L’Agenda 2030 e i 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite - commenta il
ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti - sono il quadro di riferimento di una Strategia
che affronta come mai si è fatto prima la profonda interrelazione tra le dinamiche ambientali e la crescita economico-sociale. Abbiamo avviato un processo complesso, non solo per le molte istituzioni a lavoro sulla Strategia, dai diversi ministeri e ai vari livelli di governo (Regioni e Comuni), ma anche perché l’ottica della Strategia è necessariamente pluriennale e deve contemperarsi con i vincoli di finanza pubblica ben noti».
Ma c’è un “ma”. «La cattiva notizia è che, rispetto al documento visto a marzo, nel testo non ci sono più riferimenti a target quantitativi nell’ambito degli obiettivi da raggiungere (in termini di contenimento delle emissioni, mobilità sostenibile, equità sociale, riduzione della disoccupazione giovanile e del gender gap, ad esempio) e agli strumenti per conseguire gli obiettivi: questi aspetti dovrebbero essere definiti entro fine anno in un secondo documento, che orienterà le politiche pubbliche degli anni a venire», spiega Enrico Giovannini, ex ministro ora portavoce dell’ASviS, la piu grande rete di organizzazioni che si occupano di sostenibilità in Italia (con 175 associazioni, università, fondazioni e altri soggetti associati). Un’assenza, quella dei target numerici (che avrebbero dato concretezza a un documento di spessore), che però è stata ben ponderata. «Gli obiettivi sono elevati, ma ciò non vuol dire che stiamo ragionando sui massimi sistemi - spiega il ministro Galletti -. È emersa la necessità di coordinare meglio programmi e target con quelli derivanti da altri impegni assunti dal nostro Paese a livello internazionale, soprattutto a livello di Unione europea, nonché di valutare con maggiore dettaglio, ministero per ministero, le risorse da associare alle azioni inserite nella Strategia, per renderle coerenti con l’azione del Governo e le
disponibilità economiche. Questa Strategia va vista come imprescindibile per comporre un piano industriale Paese ed è dunque nello stesso tempo un programma di governo».
La palla passa ora ai “domini” della grande partita della sostenibilità economica, sociale e
ambientale italiana: il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e il ministro delle finanze Pier
Carlo Padoan. Il primo, nel corso del Festival dello sviluppo sostenibile organizzato dall’ASviS a giugno, ha promesso che avrebbe portato la cabina di regia della Strategia a Palazzo Chigi, per vegliare sulla sua attuazione concreta (facendo riemergere la passione ambientalista coltivata anche in politica per anni).
«Inoltre, il premier si è impegnato a emanare una direttiva ai ministeri affinché incorporino
gli obiettivi dell’Agenda 2030 nei propri piani per il triennio 2018-2020: una direttiva che sarebbe preziosa e urgente, sulla quale contiamo», aggiunge Giovannini.
L’altro dominus di questa partita, perché tiene saldamente in mano i “cordoni della borsa”
pubblica, è il ministro dell’Economia e delle finanze Pier Carlo Padoan, non a caso invitato domani alla presentazione del Rapporto ASviS 2017 sul tema «L’Italia e gli obiettivi di sviluppo
sostenibile». «Gli presenteremo i nostri modelli econometrici, analoghi a quelli usati dal suo
ministero, con differenti scenari sull’evoluzione del nostro Paese al 2030 in base alle diverse
politiche adottate e dimostreremo che il costo sociale e di mancato sviluppo derivante dall’inazione è troppo alto da affrontare», spiega Giovannini, che di modelli statistici se ne intende (in quanto docente di statistica economica all’Università di Roma Tor Vergata, ex chief statistician dell’Ocse ed ex presidente dell’Istat).
Al di là dei target numerici mancanti, la Strategia appare ben impostata, attorno a cinque aree tematiche derivanti dal suggestivo modello delle 5 “P” (persone, pianeta, prosperità, pace,
partnership), già usato con successo a livello internazionale. Gli obiettivi sono talmente “alti”
che possono apparire velleitari: «promuovere un modello di sviluppo equo e sostenibile che richiede uno sforzo collettivo volto a ridurre diseguaglianze, povertà, disoccupazione e a proteggere ambiente, natura e clima», si legge nel documento. 


(...)

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giovedì 29 ottobre 2015

Focus sulla sostenibilità (3)

Ed eccovi l'ultimo estratto sulla Csr, tratto dall'articolo: "La Csr entra nella fase due integrata nei processi interni".

La parola d'ordine è integrazione. (...) Ernst & Young rilancia sulla responsabilità sociale d'impresa in un'ottica radicalmente nuova.

(...)

Perché oggi c'è bisogno di un cambio di passo. (...) Serve una versione aggiornata della Csr che guardi al futuro in modo diverso rispetto a quella che ha dominato nei primi dieci anni del secolo. L'iniziativa (...) si propone infatti di agevolare il percorso di integrazione della Csr in tutti gli ingranaggi aziendali. 

La questione non è di lana caprima. Perché il tema delle competenze in questo campo è ancora molto vivo, in bilico tra l'assegnazione delle direttive del ceo all'ufficio marketing e comunication oppure una reale pervasività della Csr in tutte le funzioni d'impresa.

(...)

Questo è il momento giusto per ripartire. Perché tutte le grandi crisi aziendali hanno sempre un legame, quasi in un rapporto causa effetto, con la scarsa attenzione all'ambiente o alla comunità di riferimento. Al contrario, i grandi successi imprenditoriali nascono dalla capacità di trovare soluzioni ai più complessi social issue del nostro tempo. Da uno studio condotto dalla Harvard Business School (...), ad esempio, è emerso come, a parità di investimento, il ritorno delle aziende high-sustainability sia superiore rispetto a quelle low-sustainability.

La tradizionale dicotomia profitto-sostenibilità (...) è stata superata e le aziende ne stanno prendendo piena coscienza. Le strategie di sostenibilità integrate nel business sono un obiettivo conseguibile ed è necessario ora individuare il metodo migliore per attuarlo concretamente.

(...)

Secondo le stime di EY, in tutto il mondo sono oltre tremila le aziende, tra cui più del 66% di quelle del FortuneGlobal 500, che riportano le proprie performance di sostenibilità e di responsabilità d'impresa. Rendicontare i propri risultati di sostenibilità, da iniziativa puramente volontaria, è oggi considerato un elemento di importanza strategica per il successo d'impresa.

Ma oggi bisogna passare alla fase due della responsabilità sociale d'impresa che proceda oltre la rendicontazione per integrarsi in tutti i processi aziendali.
Fino a ieri, la Csr è stata spesso un fenomeno calato dall'alto, e in molti casi da relegare, in mancanza di competenze, al marketing. Giocoforza molte iniziative in questo ambito non si sono spinte oltre al territorio del green washing, un abbellimento dell'immagine aziendale che però raramente ha avuto la forza di cambiare lo sviluppo aziendale. E allora è il momento di rilanciare sull'integrazione, su di una Csr diffusa in tutte le funzioni d'impresa e vissuta come parte del core business.

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mercoledì 28 ottobre 2015

Focus sulla sostenibilità (2)

Eccovi un estratto del secondo articolo: "La responsabilità sociale sarà una chiave del business".

"Chi stacca un robusto assegno per comprare un'auto elettrica Tesla, non pensa di fare un favore all'ambiente, ma di acquistare un veicolo efficiente con ottime performance di guida e notevoli risparmi sul carburante". 

Tanto per chiarire oggi cosa sia la responsabilità sociale d'impresa Christopher Laszlo, docente di Organizational behavior alla scuola di management Weatherhead di Cleveland nonché guru di corporate sustainability, prende in esame il caso di successo dell'azienda a quattro ruote di Elon Musk. La sostenibilità d'impresa è innanzitutto business. E le sfide ambientali, come quelle sociali, che fino a ieri erano ritenute come ostacoli all'esercizio imprenditoriale, sono opportunità per fare affari.

(...)

Per risucire a centrare il traguardo del business sostenibile però bisogna avere le idee chiare sulla posta in gioco. "L'80% degli asset di un'azienda - ha detto Laszlo - sono composti da valori intangibili". Il che significa che "reputazione, impatto ambientale, rapporto con i lavoratori e le comunità di riferimento sono parte integrante del core business aziendale".
Fino a ieri, se uno di questi ingranaggi si inceppava, l'azienda poteva anche fare finta di niente e tirare dritto. Oggi, ogni minimo passo falso finisce dritto nella Rete, sbandierato ai quattro venti online, generando un danno di immagine che inevitabilmente si ripercuote sul business, dalle campagne di boicottaggio alla rottura di fiducia con i consumatori. Inoltre "non è più sufficiente fare buoni prodotti e comportarsi bene, seguendo le regole. Le aziende devono comprendere che business e sostenibilità sono diventati sinonimi".

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martedì 27 ottobre 2015

Focus sulla sostenibilità

Sul tema della sostenibilità, "Affari&Finanza" ha pubblicato tre articoli che abbiamo trovato molto interessanti e che vi proporremo a partire da oggi.
Eccovi un estratto dal primo: "Effetto dieselgate sulle imprese. Aperto il cantiere per un'etica nuova".

Responsabilità sociale d'impresa: anno zero.
Non può essere altrimenti. Le lancette dell'orologio della Csr si sono fermate alle ultime settimane di settembre quando è scoppiato lo scandalo sulle emissioni truccate dei motori diesel Volkswagen.

Il costruttore tedesco è stato un campione riconosciuto e applaudito della Csr mondiale.

(...)

Per certi versi la vicenda sembra la fotografia del report sociale di BP improntato sul green e mandato alle stampe nel 2009, prima di affondare nel peggior disastro ambientale di sempre, nel golfo del Messico, o quelli ben assortiti di Lehman Brothers.

Oggi i detrattori della corporate social responsability, e ce ne sono tanti, sia nel sindacato che nei think tank conservatori, festeggiano derubricando la Csr a un ferro vecchio, che avrebbe dovuto promuovere l'autoregolamentazione delle aziende e la loro trasformazione in multinazionali dalla forte impronta sociale, e che invece si è dimostrata, in molti casi, un grande bluff.

Ma è da qui, dal fallimento, che la responsabilità sociale d'impresa prova a ripartire trovando le sue ragioni proprio negli scivoloni dei big.
Il perché lo spiegano bene gli effetti collaterali della vicenda Volkswagen, quando la Germania si trova ad abbassare le stime di crescita e della fiducia delle imprese e un bel pezzo di Europa al volante scopre che le emissioni di CO2 sono più alte del 40% rispetto a quando si credeva. Insomma, se la Csr avesse funzionato, ci troveremmo in uno scenario opposto, con la sostenibilità che lascia da parte il marketing per diventare driver di business.

(...)

Oggi, gli esperti ne sono convinti, c'è sempre più bisogno di Csr. Non solo nel vecchio mondo. ma soprattutto in quelle economie emergenti che, dopo anni di crescita vorticosa, cominciano a confrontarsi con l'impatto sull'ambiente e sul sociale delle proprie attività.
E poi c'è un mercato finanziario che basandosi sul paradigma Esg (ambiente sociale e governance) ha conquistato la fiducia di piccoli e grandi investitori.

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mercoledì 24 ottobre 2012

Il manager della sostenibilità

Su Greenreport abbiamo letto un articolo interessante su una "nuova" figura professionale che sta facendosi strada nel mondo del lavoro e che, probabilmente, molti dei nostri lettori troveranno interessante per via della loro formazione e dei loro interessi nel campo del lavoro. Si tratta del manager della sostenibilità.

Come scrive Greenreport: "nella fascia occupazionale di "primo livello" si è affacciata da qualche tempo la figura professionale del manager della sostenibilità o responsabilità sociale d'impresa, che è presente ormai nel 40% delle aziende quotate. 

(...)

In poco più di 5 anni, il numero dei manager della sostenibilità è più che quadruplicato passando da 90 a 373 addetti a tempo pieno, solo considerando le società quotate ma si tratta di uno sbocco professionale che ha ancora grandi margini di crescita considerato che molte aziende stanno strutturando in modo organico la gestione delle loro politiche di sostenibilità anche per rispondere ad una normativa comunitaria sempre più esigente.

(...)

Tra le attività svolte dal manager della sostenibilità figurano quelle connesse a: gestione e implementazione del sistema ambientale dell'azienda; l'implementazione della sicurezza di prodotto e lo sviluppo di eventuali soluzioni per categorie svantaggiate; le attività di conciliazione famiglia-lavoro a favore dei dipendenti e la tutela delle pari opportunità; lo sviluppo di dei fornitori in base a criteri socio-ambientali e al rispetto di codici etici; l'attività di risposta ai criteri di società di rating etico, la comunicazione verso l'interno e la rendicontazione delle politiche di sostenibilità verso l'esterno"

Chi volesse approfondire leggendo l'intero articolo, potrà farlo andando direttamente sul sito di Greenreport.

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