mercoledì 10 gennaio 2018

L'inglese come lingua per il lavoro

L'inglese sta prendendo sempre più piede come lingua da utilizzare negli ambienti di lavoro. Ce ne parla "Il Corriere della Sera" e ci piacerebbe leggere la vostra opinione in merito.

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martedì 9 gennaio 2018

I buoni propositi per l'anno nuovo

(Fonte: "L'Impresa")

Nell’ultimo periodo con piacere ci rendiamo conto che il dibattito sul cambiamento delle organizzazioni ha preso un’accelerazione positiva. Dopo molti anni in cui le scelte organizzative e quelle relative alla gestione delle risorse umane erano viste come un “di cui” di quelle strategiche e di business, l’idea che le persone possano fare il successo di un’impresa viene presa sul serio. 

Siamo consapevoli che questo non riguarda tutte le organizzazioni, molte delle quali ancora alle prese con processi di razionalizzazione e rideterminazione del perimetro aziendale, ma respiriamo un clima coerente con l’andamento di timida ripresa della nostra economia.
 

Le persone non dimenticano
Tuttavia, questo riorientamento non è privo di conseguenze perché se una cosa differenzia le scelte
economiche classiche dalla realtà di quello che accade nelle persone è la memoria. Nei modelli astratti, le persone decidono sulla base delle informazioni che possiedono e considerano solo le conseguenze nel presente e nel futuro; nella realtà, invece, considerano anche la storia delle relazioni e quello che di questa storia hanno imparato. Ritornando a noi, quello che intendiamo dire è che il riorientamento nell’approccio che si respira sconta l’eredità di anni nei quali le persone sono state viste dalle organizzazioni come una variabile dipendente, meglio ancora disponibile, nel senso di “disposable”, ovvero di cui si può fare quello che si vuole. Purtroppo per quei manager, le persone hanno una memoria e tendono a ricordare quello che è stato il trattamento che hanno ricevuto. Comprensibilmente, quindi, il nuovo orientamento è in salita e si scontra con moltissima perplessità e resistenze anche a fronte di proclami volti a enfatizzare l’importanza dell’innovazione e del coinvolgimento delle persone.
 

Imprese anonime per i lavoratori
Il fatto che le persone abbiano memoria richiede che per far valere la loro motivazione o, come si
dice oggi, il loro engagement sia necessario impostare una relazione chiara e trasparente e mantenerla nel tempo. Le troppe azioni tattiche degli ultimi anni hanno eroso la fiducia delle persone che si sentono sempre meno protagoniste della vita e delle decisioni delle organizzazioni. Le imprese,
quindi, si trovano a dover superare la sfiducia proprio nel momento nel quale avrebbero bisogno di
persone motivate e desiderose di innovare e mettere energia nel loro lavoro. In una parola, molte
imprese sono diventate anonime per le loro stesse persone, perché invece di costruire una relazione
di fiducia giorno per giorno, anche accettando di sostenerla nei passaggi più difficili, hanno preferito seguire le soluzioni standard, tipicamente volte a ridurre il costo del personale. A poco servono i rituali progetti volti a definire i valori e a diffonderli. I valori non diventano tali se dichiarati, per
quanto si possa fare uso di strumenti di comunicazione. I valori si mettono in atto, si attualizzano
nella vita di ogni giorno dell’organizzazione.


Avete iniziato un piano di recupero?
Il logoramento del rapporto con le persone è il contrario di quello che potremmo imparare dalle storie di maggiore successo che invece mettono al centro il concetto di internal branding, ovvero di creazione di un ambiente nel quale l’attenzione che mettiamo verso il cliente diventa un elemento di
valore centrale anche nel rapporto tra le persone. Pensiamo all’attaccamento dei “baristas” di Starbuck o delle persone di Airbnb alla propria organizzazione e chiediamoci perché non corrisponde a quello di chi collabora con noi.
Sta iniziando un nuovo anno e certamente siamo più ottimisti del passato, ma dobbiamo chiederci se
nei nostri piani abbiamo previsto un’azione importante per recuperare la fiducia e la partecipazione delle persone. L’incertezza del contesto ambientale che permane può essere affrontata solo se diamo alla nostra organizzazione la capacità di innovarsi continuamente e questo passa per la capacità di uscire dall’anonimato e creare con le persone un rapporto che abbia alla base un senso, non una missione o qualche astratta descrizione, ma un vero e proprio senso e significato che dia valore a
quel tempo che le persone passano lavorando per la nostra impresa.


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lunedì 8 gennaio 2018

Portare gli animali in ufficio?

Iniziamo l'anno con un argomento leggero: cani in ufficio...sì o no?

(Fonte: "La Sette")

Cani e gatti aiutano a combattere lo stress e rendono più produttivi. Pensiamo più alla nostra comodità che al loro benessere. (...)
Dove sta la verità?

SI'

Portare il Proprio cane in ufficio è un’ottima idea, a patto che il luogo sia adeguatamente organizzato.
Non fa bene solo al padrone del cucciolo, ma anche all’azienda. Negli Stati Uniti già da anni si tiene il Take Your Dog to Work Day. Secondo una ricerca curata dall’organizzazione americana che riunisce i manager del settore delle risorse umane, il 7% delle grandi aziende consente l’ingresso degli animali domestici nelle proprie strutture.
Diversi studi scientifici dimostrano gli effetti benefici di questa scelta: incentivo al morale, riduzione del livello di stress, miglioramento dell’atmosfera, incremento della produttività. Insomma, i dipendenti lavorano più volentieri. Certo, è importante sottolineare che anche l’animale deve stare bene; se portarlo al lavoro diventa fonte di stress, allora è meglio evitare. Il cane è un essere sociale: in genere apprezza l’opportunità di trascorrere più tempo con il compagno a due zampe. Non così il gatto, che non ama lasciare il suo ambiente. (...)


NO

Quando ci domandiamo se sia una buona idea portare il cane in ufficio, molto spesso rispondiamo
in base a cosa ci fa comodo. (...) i padroni sono spesso convinti di conoscere a priori la risposta al quesito («certo che sì, il mio cane è felice di venire al lavoro con me!»), senza nemmeno indagare il tema. Possiamo prendere come ulteriore esempio di questo atteggiamento la pet therapy: siccome gli esseri umani ne traggono beneficio, si trasmette l’idea che sia necessariamente così anche per gli
animali. Un atteggiamento (...) paternalistico. Bisogna fare attenzione anche a pensare che i gusti di un animale dipendano dalla sua razza: il peggior torto che si possa fare loro è non riconoscerne l’individualità.
A un padrone che desiderasse comprendere se il proprio cane o gatto sarebbe felice in ufficio,
bisognerebbe consigliare prima di tutto una visita da un veterinario esperto del tema, in modo da approfondire sia l’aspetto medico sia quello caratteriale. In secondo luogo, bisogna verificare se
l’azienda e i colleghi sono disponibili a impegnarsi per venire incontro alle esigenze del cucciolo. Siamo sempre pronti a cambiare il nostro stile di vita per le nuove tecnologie, dovremmo essere pronti a fare lo stesso anche per gli animali.


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venerdì 5 gennaio 2018

3 italiani su 4 non credono al posto fisso

(Fonte: "Il Corriere della Sera")

Postofisso? Un lusso per pochi. Gli italiani ne sono ormai consapevoli. Ben tre lavoratori su quattro — il 74% — si sono rassegnati all’idea che la carriera di una vita all’interno della stessa azienda non esista più. Così certifica l’ultima edizione del Randstad Workmonitor, l’indagine trimestrale della multinazionale dei servizi per la gestione del personale, condotta in 33 Paesi su campioni di 400 lavoratori in ogni nazione.
Il «caso Italia» mostra la presa di coscienza degli abitanti del Bel Paese. Consapevoli che per uno che ce la fa — come Checco Zalone che nel film Quo Vado si fa assumere all’ufficio «caccia e pesca»
della Provincia — tutti gli altri devono rassegnarsi alla «flessibilità». La provvisorietà del posto di lavoro è avvertita più dalle donne che dagli uomini: 77% contro70%. D’altra parte sono state proprio le donne negli anni della crisi ad aver dimostrato la maggiore disponibilità ad assunzioni a
termine e part time. Sorprende che ad avere la maggiore consapevolezza della rarità del posto fisso siano i lavoratori senior: 76% dei dipendenti tra i 45 e i 67 anni, contro il 72% dei 18-44enni.
Per gli italiani, tanto più oggi, «non si smette mai di imparare»: la formazione continua è necessaria per il 91% degli intervistati. Per il 44%  pur di mantenere il posto si può scendere a patti con l’extrema ratio di una riduzione dello stipendio.
Nonostante la ripresa, gli italiani recuperano fiducia con molta lentezza. Il 48% crede nel miglioramento della situazione economica, contro il 61% della media globale. Rispetto allo scorso anno, l’Italia ha guadagnato sette punti.
Eppure in Europa solo Ungheria e Grecia hanno un indice di fiducia più basso (rispettivamente 47% e 37%). Quando si parla delle situazioni personali, però, le cose vanno meglio. E il64% degli italiani si dice soddisfatto.


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giovedì 4 gennaio 2018

Un buon proposito per il 2018: non procrastinare

(Fonte: "La Stampa")

Mille cose da fare e alla fine  non  si  riesce  a concluderne  nessuna. Succede quando si ha una
complicata scadenza di lavoro e la si rimanda per vedere un film.  Oppure  quando  si  deve
andare in palestra e alla fine ci si ritrova sul divano a curiosare le bacheche Facebook. L’essere umano - chi più e chi meno - è un artista del procrastinare. A volte si rimandano talmente tanti impegni che si rischia di rimanerne soffocati. E di essere più stressati di quello che è necessario per portare a termine i propri impegni. Eppure,  secondo  gli  psicologi, perdere  questo  comunissimo
«vizio»  potrebbe  essere  più semplice di quanto si immagina. Potrebbe diventare il primo  dei  buoni  propositi  per l’anno nuovo. Purché non si finisca per procrastinare anche quelli. Dopo anni di studi, gli psicologi sono riusciti a mettere insieme alcuni pratici suggerimenti per superare la mania della procrastinazione.
 

Suddividere i compiti
Quando il compito da svolgere è troppo difficile e rischia di travolgerci, la prima cosa da
fare è non lasciarsi mai prendere dallo sconforto. Per riuscirci uno dei metodi più efficaci è quello di suddividerlo in tanti  piccoli  traguardi.  Una volta superati i primi, alla fine ci si ritroverà a metà dell’opera senza accorgersene. E così concluderlo sembrerà più facile,  meno  stressante  e  soprattutto più appagante.


Iniziare senza pensarci troppo
Come dice un noto detto popolare: «Chi ben comincia è a metà dell’opera». Proprio così. In effetti, iniziare è spesso la parte più difficile di un qualsiasi compito. Secondo gli psicologi, di fronte a un impegno faticoso si tende a concentrarsi su quanto sia difficile portarlo a termine. Tanto che si fa fatica addirittura  ad  affrontarlo.  La soluzione  migliore,  quindi,  è  non pensare troppo al compito
nella sua interezza, ma iniziare subito  a  svolgerlo.  Una  volta partiti, è più facile proseguire fino al completamento. E, aspetto più importante, senza tanto stress e sensi di colpa.
 

Rinunciare al senso di perfezione
Quando si ha del lavoro da fare, essere  perfezionisti  non  sempre è un bene. Anzi, può essere un grave ostacolo da superare.
Perché, quando ci si preoccupa troppo  di  essere  impeccabili, qualsiasi  compito  diventa  insormontabile e si viene inghiottiti da una sgradevole sensazione di incompletezza. Per questo
gli  psicologi  raccomandano  di mettere da parte la propria tendenza alla perfezione e di concentrarsi soprattutto sullo scopo finale del compito. Alla fine qualsiasi  attività  completata,
anche se imperfetta, sarà sempre  meglio  di  un  compito  non portato a termine.
 

Vincere la paura di fallire
A volte non si riesce a iniziare un progetto per paura che il suo svolgimento  si  riveli  un  fallimento.  L’idea  perversa  che  si inculca  nella  propria  mente  è che, se non si inizia, non si può fallire.  Tuttavia,  questo  è  un modo di pensare improduttivo e decisamente negativo. Invece,
gli esperti raccomandano di affrontare la paura di fallire sempre a testa alta. Del resto, non
portare a termine un compito è comunque  un  fallimento.  Che sia un successo o meno, quindi,
onorare  il  proprio  impegno  ci farà stare sicuramente meglio.


Premiarsi a ogni traguardo raggiunto
E’ più facile portare a termine un compito se alla fine sappiamo di ricevere un premio. Questo incentivo non deve per forza arrivare da terzi, ma è qualcosa che ognuno di noi può stabilire
da solo, all’inizio. Ci si può premiare, per esempio, comprando qualcosa che si desidera o semplicemente  dedicando  qualche ora ad attività che ci gratificano. Si può stabilire che una volta completato un compito - da una scadenza di lavoro fino alla pulizia della cantina - ci si può
sedere  sul  divano  e  leggere qualche capitolo del proprio libro preferito o guardare le puntate della serie tv che ci appassiona. Se al traguardo ci aspetta qualcosa, l’intero percorso si rivelerà più facile e agevole.


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Perché rimandiamo sempre 

1 - Questione di DnaAlcuni più di altri tendono a non fare mai ciò che dovrebbero fare: alcuni geni contribuiscono a
esaltare questo tratto della personalità
.

2 - Dipendenza
Il processo cresce su se stesso: quando rimandiamo un compito, rimandarlo ancora ci sembrerà più
facile. E così sarà poi per il compito successivo.


3 - Scarso autocontrollo
Questa caratteristica rende più vulnerabili: gli «artisti» del non fare sono anche individui che
nella vita tendono a essere molto impulsivi.


4 - Squilibrio cerebrale
Quando non si è concentrati su un compito, il sistema limbico prende il sopravvento sulla
corteccia prefrontale e si fa solo ciò che più ci piace.


5 - Troppi impegni noiosi
Spesso si rimandano perché sono troppi oppure perché sono insopportabili: è così che scatta il
meccanismo perverso di aspettare all’infinito.


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mercoledì 3 gennaio 2018

Troppo intelligente per essere un leader

Chi è troppo intelligente fatica a diventare un buon leader? Ce ne parla "la Repubblica".

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martedì 2 gennaio 2018

Aziende da svecchiare, troppi over70 ai vertici

(Fonte: "la Repubblica")

Non è un Paese per giovani, e infatti sempre più aziende italiane o studi professionali, si affannano a mettere per scritto un limite di età per essere eletti in consiglio, per assumere incarichi operativi o semplicemente per andarsene beatamente in pensione e lasciare spazio alle nuove generazioni.
Negli statuti di Ubi e Mediobanca è prevista una soglia a quota 75 anni, per Generali — dopo la
storica  presidenza  di  Antoine Bernehim — il limite è 77 anni per il cda, 70 per la presidenza e 65
per l’ad. In Europa solo gli statuti di Axa e SocGen fissano un limite a 70 anni, mentre quello di Ing, in maniera più articolata, prevede che non si possa andare oltre i 4 mandati e i 70 anni di età, ma lascia al cda la facoltà di decidere diversamente. «Sia gli investitori istituzionali sia i proxy advisor internazionali come e Iss e Glass Lewis — spiega Fabio Bianconi di Morrow Sodali — non amano di
principio i limiti di età, in quanto il cda deve essere in grado autonomamente di poter scegliere i
suoi membri, e il mercato di votarli». Tanto più che in alcuni settori come quello finanziario, dove il regolatore impone ai consiglieri di aver maturato una comprovata esperienza, è difficile trovare candidati giovani ed esperti a ricoprire determinati incarichi.
Solo che spesso i limiti di età, sono stati introdotti proprio per favorire un ricambio. «Ricordo che
in Italia una delle prime a caldeggiare un limite d’età fu la McKinsey degli anni di Mario Greco, Vittorio Colao e Alessandro Profumo — dice un banchiere che chiede di non essere citato — e il limite per essere partner era 55 anni, ma credo che ora siano un po’ più elastici».  Anche  i  grandi  studi professionali hanno tutti un limite di età non solo per l’esercizio della professione, ma in alcuni casi anche per essere partner. Posto che trattandosi di aziende private, ognuna ha le sue regole, solo per aver un’idea l’età oscilla dai  65  anni  di  Gianni  Origoni Grippo Cappelli & Partners, ai 75
anni di Dentons. L’Intesa Sanpaolo di Carlo Messina — classe ‘62 — ha portato a 60 anni il limite per ricoprire  incarichi  operativi  in banca. Brunello Cucinelli invece, che per ogni incarico ha previsto un vice, ha stabilito che quando il titolare compie 60 anni si avvicenda con il suo secondo, più per emancipare i giovani che per “rottamare i vecchi”. Sono tanti gli imprenditori  che  pensano,  che così come le quote rosa sono state uno strumento importante per rinnovare i cda, ora ci vorrebbero delle  “quote  giovani”.  «Dobbiamo credere nei giovani perché sono loro che ci stanno portando in quello che mi piace chiamare il “secolo d’oro” e credo si debba riservare loro una quota importante di opportunità e responsabilità — spiega Brunello Cucinelli — . Vediamo intorno a noi crescere una generazione di persone per bene, e puntiamo su queste menti fresche che ci aiutano ad essere speriamo creativi e contemporanei»


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