Lo studio evidenzia una delle lacune del
nostro sistema: la bassa percentuale di studenti internazionali rispetto
a quelli italiani: il 3,5% (in tutto 9.532 laureati, nel 2017, negli
atenei che aderiscono al consorzio AlmaLaurea), con una punta del 4,6%
nei corsi magistrali biennali e con valori attorno al 3% tra i laureati
di primo livello (3,1%) e fra i magistrali a ciclo unico (2,5%). Una
quota molto modesta, cresciuta di un soffio negli ultimi dieci anni
(erano il 2,6% nel 2007). La maggior parte dei laureati stranieri
(57,1%) è arrivata in Italia dopo il diploma di scuola secondaria
superiore. Cresce però la quota di giovani stranieri che provengono da
famiglie già residenti in Italia. Per quanto riguarda la provenienza, il
52,1% dei laureati esteri proviene dall’Europa: il 12,9% è cittadino
albanese e l’11,2% rumeno. Il 24,3% proviene dall’Asia e dall’Oceania.
Nel dettaglio: il 9,2% dalla Cina (quota che è cresciuta notevolmente
negli ultimi anni: era il 2,9% nel 2009) e il 3,3% dall’Iran. Il 14,3%
proviene dal continente africano (specie dal Camerun, 4,4% e dai Paesi
del Maghreb, 3,8%) e un 9,4% dalle Americhe (in particolare dal Perù,
1,8%). I flussi di stranieri si indirizzano soprattutto verso specifici
ambiti disciplinari: linguistico, architettura, economico-statistico,
politico-sociale e ingegneria. All’opposto, in due gruppi disciplinari
(educazione fisica e psicologico) i laureati esteri sono meno del 2% del
totale. Secondo i dati Ocse, l’Italia è all’ottavo posto tra i Paesi
OCSE per attrattività del sistema universitario di secondo e terzo
livello: su cento studenti «mobili», 2,6 scelgono l’Italia. Il nostro
Paese è preceduto da Stati Uniti (26,3%), Regno Unito (15,0%), Francia
(10,5%), Germania (9,8%), Australia (8,3%), Giappone (2,9%) e Canada
(2,7%).