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martedì 3 dicembre 2019

Donne e mercato del lavoro

In Italia le donne attive nel mercato del lavoro sono sotto la media europea. Ce ne parla "Business People".

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giovedì 7 febbraio 2019

Lavoro, il paradosso italiano

Invecchiamento della popolazione lavorativa, soprattutto nella pubblica amministrazione, e aumento della forbice nei salari hanno peggiorato il benessere degli occupati. Il welfare aziendale come possibile via di fuga. Ce ne parla: "la Repubblica".

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martedì 4 dicembre 2018

Quali città offrono più possibilità di lavoro nel mondo?

In Italia la città che offre più possibilità di lavoro è Milano e direi che non ci sono grosse sorprese. La sorpresa arriva quando leggiamo come si posiziona nella classifica mondiale... 

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lunedì 3 settembre 2018

Lavora quanto vuoi per far lavorare tutti

Vi propongo questo articolo così come l'ho letto, senza commenti...

(Fonte: "la Repubblica")

Ti dai due pizzicotti e poi rileggi di nuovo la notizia. Andare al lavoro i giorni che vuoi, all’orario che vuoi e a fare le cose che vuoi? In Giappone? Nel paese dove una severa etica professionale non è tutto, ma è l’unica cosa che conta? E invece sì, succede proprio qui, a Osaka. Altro che reddito di cittadinanza, ci hanno pensato nel Sol Levante a rivoluzionare il mondo del lavoro, propriamente un’azienda che si presenta sul mercato con un programma a dir poco esotico e che porta un nome che rimanda a remote selve tropicali, Papua New Guinea Sea Food, tra gamberetti e affini.

Tutto parte da Fukushima, l’‘anno zero’ del Giappone post-moderno. Da qui sono scaturite sperimentazioni e start-up di ogni sorta che vanno fecondando visioni di società più vivibili. Da questa crisi di coscienze post-apocalittica che tante risorse ha frustrato (basti pensare all’enorme patrimonio agricolo della regione di Fukushima ancora oggi marchiato nella percezione comune con la più indelebile delle lettere scarlatte, ‘R’, come radiazioni) ma tante nuove energie ha incoraggiato (nuovi modelli di sviluppo sostenibile, e non più a trazione nucleare), fioriscono i primi germogli di questa azienda da sogno proibito che vide proprio in quel fatale giorno dell’11 marzo 2011 andare in fumo tutti i suoi averi: il caso volle che quest’umile impresa che si occupa di impacchettare gamberetti avesse il proprio hub nel Touhoku, a un tiro di schioppo atomico dalla centrale. Ricollocarono a Osaka ma il governo ebbe la geniale idea di non elargire fondi alle aziende che sceglievano di “scappare” dalla zona contagiata dalla peggiore delle febbri: dovevano contare solo sulle proprie forze. Alla fine, sommersa dai debiti, l’azienda veniva abbandonata perfino dal suo dirigente capo.

Cinque anni fa si trovarono a un bivio, tagliare i costi o soccombere. Qualunque ragioniere di senno sarebbe subito andato a incidere sulla carne del capitale più consistente e per questo più gravoso, quello della forza lavoro, ma l’ingenuo e utopico intento era risparmiare senza lasciare nessuno per strada. Risolsero con un colpo di fantasia, tipica del genio nipponico quando le cose si mette sul serio con scrupolo a farle (cioè sempre), e l’uovo di Colombo l’hanno trovato sul serio: facciamoli venire a lavorare quando vogliono. Non sazi di quella che a tutti alle prime doveva apparire come una boutade da sbronza da addio al celibato, qualcun altro rilanciò, «non è sufficiente, facciamogli fare quel che cavolo gli pare e piace!». In qualunque azienda del mondo avrebbero preso quei due funzionari per le orecchie e li avrebbero accomodati alla porta, non prima di aver disposto le carte per un T.S.O.. Non qui. Qui si sono presi maledettamente sul serio. E così è cominciata la favola dell’azienda che ora si ritrova solo 2 dipendenti a carico e 16 part iper-extra-flex-time.

Risultato? La produttività è aumentata e i costi della gestione del personale sono diminuiti del 30%. Un bello schiaffo ai dottori del lavoro che stanno una vita sulle carte per venire a capo di un contratto che salvi capra e cavoli. Non solo, nonostante i lavoratori fossero liberi di entrare e uscire a piacimento, è risultato che il loro numero fosse insufficiente per mandare avanti la produzione solo due giorni sull’arco di 5 anni: forse un’auto-compensazione semi-intenzionale dei part-timers. Inoltre, obbligando tutti a svolgere solo i loro compiti prediletti, l’efficienza generale è risultata scoppiare di salute.

Certo, la saggezza comune avrebbe sconsigliato una simile mossa: se uno non si vede costretto da un contratto a timbrare il cartellino ogni mattina perché mai dovrebbe farlo?
La risposta l’ha data Muto san, il manager dell’azienda, usando le candide e schiette parole che solitamente escono dalla bocca di quei bambini quando con lievità sbrogliano la complessità apparente del mondo degli adulti: ma se un lavoratore pagato a ore non si presenta a lavoro come campa? Eureka!


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giovedì 22 febbraio 2018

Più giovani occupati ma meno contratti a tempo indeterminato

(Fonte: "Il Sole 24 Ore")

Il 2017 si chiude con 173mila occupati in più. Un numero su cui pesa la crescita dei dipendenti a
termine (+303mila unità su dicembre 2016), mentre sono in calo sia gli indipendenti (-105mila
persone) sia, è la prima volta da dicembre 2014, i lavoratori “permanenti”, vale a dire gli assunti a
tempo indeterminato, che, complice la fine degli sgravi generalizzati targati Jobs act e il clima di incertezza, diminuiscono di 25mila posizioni.
L’incremento tendenziale dell’occupazione (a dicembre c’è stata una battuta d’arresto, -66mila
unità) è legato agli over50 (+365mila), ma, in parte, anche agli under25 (+42mila ragazzi con un
impiego; un dato che sconta i numeri positivi dei due bonus, Occupazione e Sud, gestiti da Anpal).
Le fasce d’età “centrali”, 24-34enni e 35-49enni, restano in difficoltà (qui, rispetto a dicembre 2016, il numero di occupati si contrae, rispettivamente, di 30mila e 204mila unità - il segno meno permane, per i 35-49enni, anche al netto del calo demografico).
La fotografia scattata ieri da Istat, ed Eurostat, con il confronto internazionale, mostra un mercato del lavoro italiano con luci e ombre: il tasso di disoccupazione è in discesa, al 10,8%, il livello più
basso da agosto 2012 (primi effetti delle riforme varate in questi anni, a partire da Jobs act e Industria 4.0). L’area euro è tuttavia ferma all’8,7%. Il numero di persone senza un lavoro rimane sotto quota 2,8 milioni (2.791.000 unità per la precisione, il dato più basso dall’autunno 2012). Segnali di miglioramento per i giovani: accanto a un nuovo balzo degli occupati, pure il tasso di under25 senza un impiego continua a ridursi. Siamo al 32,2%, torniamo ai livelli di dicembre 2011 (restiamo tuttavia distanti dai primi della classe, la Germania, stabile al 6,6% grazie al sistema di formazione duale; e dietro di noi si contano solo Grecia, 40,8%, e Spagna, 36,8%). In ripresa gli inattivi: +112mila unità sul mese; +34mila sull’anno; e, da alcuni mesi, i rapporti a termine:
«Qui c’è anche qualche impresa che può aver anticipato l’assunzione a tempo, per poi stabilizzare con gli sgravi in vigore da gennaio», spiega l’economista, Carlo Dell’Aringa.
Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, vede il bicchiere mezzo pieno: «Al di là delle oscillazioni mensili si confermano i miglioramenti di medio-lungo periodo». Per il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, il calo della disoccupazione «è frutto di alcune misure di politica economica e di una capacità di reazione del sistema imprenditoriale». Certo, il nodo è il costo del lavoro. Sul punto, il leader degli industriali è chiaro: «Va fatto pagare molto meno a chi assume a tempo
indeterminato», giovani in primis. Favorevole a un taglio del cuneo è Annamaria Furlan (Cisl) e,
da Fi, Renato Brunetta incalza: «Basta con gli incentivi temporanei dei governi Renzi-Gentiloni;
serve un intervento permanente di riduzione del costo del lavoro».
A cui aggiungere, chiosa l’ex ministro, Maurizio Sacconi, «un rilancio della produttività incentivando i salari aziendali».


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martedì 20 febbraio 2018

Il lavoro? Chiedi ad amici e parenti

(Fonte: "La Stampa")

Ma perché, quando cercano un lavoro, gli italiani pensano quasi solo all’aiuto di amici, parenti  e  conoscenti?  Una  studiosa americana,  Dorothy  Louise Zinn, qualche anno fa provò a studiare il fenomeno e ne uscì il più eloquente  testo  sulla  funzione  della  raccomandazione, come  tratto  genetico  e  antropologico in particolare nel nostro sud. Da tempo le statistiche ci raccontano che il modello familista e clientelare viene usato a man bassa e resta il primo canale di ricerca del lavoro.
La propensione alle raccomandazioni  e  alle  spintarelle  non deve però essere un alibi: se gli
italiani preferiscono le reti personali,  forse  dipende  anche dalla debolezza delle altre reti, in particolare quella dei centri per  l’impiego  e  delle  agenzie del lavoro private. Sarà ancora un problema di culture profonde, ma intanto agenzie e centri pubblici  cambiano  strategia, aumentando qualità ed efficacia  dei  loro  servizi.  Intanto  le statistiche  battono  il  ritmo: l’82% degli italiani cerca un impiego  rivolgendosi  ad  amici  e parenti. Sono dati Eurostat al terzo trimestre 2017: la percentuale è in leggero calo, ma era al 74% nel 2007, prima della crisi. Il ricorso alla rete personale e  amicale  nel  nostro  paese  è  peggiore rispetto agli altri paesi Ue, dove la media è al 68,0%. In Italia appena il 25% di chi cerca lavoro bussa a un ufficio pubblico.  È  il  dato  peggiore
della  Ue  e  siamo  lontani  da Germania  (73,4%),  Francia (55,7%) e Regno Unito (33,9%).
Ancora  più  basso  il  ricorso  al privato: solo il 14,4% di chi cerca lavoro dichiara di rivolgersi
alle agenzie del lavoro a fronte di  Francia  (32,9%)  e  Regno Unito (21%). Che fare? Le agenzie e i centri pubblici cercano di porre rimedio e si preparano a sfoderare nuove idee e strumenti per il 2018. «Ogni mese sono in media più di 400mila i lavoratori  occupati  tramite  le agenzie  del  lavoro  e  circa 40mila  hanno  un  contratto  a tempo  indeterminato  -  spiega Alessandro  Ramazza,  presidente  Assolavoro  -  Occorre  proseguire,  valorizzando  la funzione degli attori specializzati nell’incontro domanda-offerta  di  lavoro  e  completando  poi  una  rivoluzione  culturale verso la meritocrazia. Dove sono più presenti le agenzie sono migliori  gli  indicatori  sia  economici sia sociali (minor diffusione di lavoro nero o sotto-tutelato)». «Sappiamo che persone e opinione pubblica non riescono  ancora  a  vedere  nelle agenzie delle alleate in grado di creare un ponte rapido con le imprese - rincara Rosario Rasizza,  presidente  Assosomm  - Eppure i nostri dati sono in aumento  e  siamo  convinti  che  il nostro  ruolo  economico  e  sociale  crescerà  in  modo  esponenziale.  Mettiamo  in  gioco  i nostri strumenti e le filiali radicate  nel  territorio.  Dobbiamo
poi far conoscere un aspetto distintivo  rispetto  ai  centri  per l’impiego: la nostra capacità di
offrire formazione di qualità e gratuita». «Il sistema dei centri  per  l’impiego  necessita  di
maggiori investimenti - conclude  Maurizio  Del  Conte,  presidente Anpal - ma è indispensabile un coordinamento a livello nazionale,  per  favorire  economie  di  scala  e  maggiore  efficienza.  Siamo  chiamati  a  garantire pari opportunità a tutti i cittadini e su tutto il territorio nazionale. Per questo i servizi al lavoro, declinati a livello regionale, devono avere un punto di raccordo che li metta a sistema.  Senza  mai  dimenticare che al centro delle politiche attive del lavoro c’è la persona».


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giovedì 30 novembre 2017

Adulti e inattivi, la crisi di mezza età del lavoro

(Fonte: "la Repubblica")

Quando  John  Maynard  Keynes prefigurò un futuro in cui gli uomini  avrebbero  avuto  sempre  più
tempo libero grazie allo sviluppo tecnologico, non immaginava che quel  futuro  avrebbe  assunto  le
sembianze di una crisi apocalittica. Un esercito crescente di persone è stato buttato fuori dal lavoro
negli ultimi decenni e non sembra fare un uso felice del proprio tempo libero. Certo, è una tendenza
degli  ultimi  decenni,  ma  quelle coorti di “maschi adulti” come li definiscono aridamente gli economisti, che non lavorano, non studiano e non si riqualificano, sono aumentate  vertiginosamente  anche di recente, a causa delle crisi economiche che si sono susseguite dal 2000. Negli stessi anni, cioè, in cui i ricchi sono diventati sempre più ricchi e i populismi hanno cominciato a mangiarsi le democrazie occidentali.
Una  «decimazione»  come  la chiama  Nicholas  Eberstadt  nel suo libro Men at work. America’s Invisible Crisis, ignorata da tutte le statistiche ufficiali e dall’opinione pubblica. Anzi, la retorica comune, che guarda solo ai dati sulla disoccupazione e non a chi ha rinunciato persino a cercare un lavoro, racconta di un’economia statunitense ormai rombante che ha recuperato l’obiettivo della piena occupazione.
Diversi studi cominciano a diffondere invece i dati nascosti - sono ben sette milioni gli americani
inattivi nella fascia di età tra i 25 e i 35 anni e dieci milioni se si allarga il conto fino a 54 - e a metterli in relazione con l’acuirsi dell’odio nei confronti delle elite e la «resistibile  ascesa»  dei  populismi.  Eberstadt, che è economista all’American  Enterprise  Institute,  scrive che quella americana è ormai una crisi «morale e sociale». La «crescente incapacità dei maschi adulti di fungere da “capofamiglia” minaccia la famiglia» e alimenta sia la sfiducia nella politica sia la tentazione  di  abbracciare  le  sirene del populismo.
Vengono in mente anche fenomeni di disagio sempre più macroscopici oltreoceano, come l’accresciuta mortalità degli adulti bianchi e le epidemie di oppioidi. Il Nobel per l’economia Angus Deaton l’ha  definita  la  «crisi  del  sogno americano». In un paper ha analizzato la mortalità (di uomini e donne, in questo caso) tra il 1999 e il 2013, e ha scoperto che quella degli afroamericani e degli ispanici diminuisce,  mentre  quella  dei bianchi  è  drammaticamente  aumentata tra i 45 e i 55 anni, dunque per cause legate all’abuso di droghe, di farmaci, di alcol o perché suicidi.
Una “crisi di mezza età”, quella fotografata  dall’economista  di Princeton, che ormai investe due
generazioni e non può non avere pesanti riflessi politici.
Peraltro, gli studiosi che si occupano dei “Nilf”, gli inattivi, citano un solo altro Paese che ne nasconderebbe un tasso altrettanto allarmante: l’Italia. Sia Eberstadt, sia un altro importantissimo economista di Princeton, Alan Krueger, ex consigliere di Obama, mettono in guardia dalla grande eccezione italiana. Soltanto il nostro Paese ha un tasso di uomini che nei loro anni produttivi restano inchiodati a casa più alto di quello statunitense.
L’altro problema che si intuisce dagli studi di Angus Deaton riguarda l’uso del tempo libero. Krueger ha dimostrato che in un caso su due, in America, chi ha l’età per lavorare ma non lo fa prende regolarmente  degli  oppioidi.  Eberstadt, dal canto suo, cita studi che dimostrano come chi non fa nulla e vive di aiuti della famiglia o di espedienti o di magri sussidi, non sta affatto di più con i propri cari, né si impegna nel volontariato. Sta per lo più a casa e «gioca ai videogiochi o guarda in media cinque ore e mezza di tv al giorno».
Le crisi economiche e la digitalizzazione sono  il  combinato disposto di questa «catastrofe silenziosa»,  come  la  definisce  Eberstadt. Forse è il caso di cominciare a riflettere sulle conseguenze della Grande morìa del lavoro, come stanno facendo studiosi come il filosofo di Harvard Michael Sandel, che propongono da anni una riflessione sul reddito di cittadinanza.
Almeno, non nascondono la testa nella sabbia


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venerdì 21 aprile 2017

Il paradosso italiano: più escono più rientrano

"Il Sole 24 Ore" ci racconta i cinquantenni al lavoro.

E questo è un altro articolo sempre sull'argomento: "Le donne riconquistano spazio".

L'ultimo è questo articolo: "I senior hanno chance ma non sottraggono posti ai più giovani":

INTERVISTA a Michele Tiraboschi

(...)

In questa fase di debole ripresa economica, quali caratteristiche degli over 50 apprezzano le imprese?
 

Alcune aziende individuano nei lavoratori over 50 quelle professionalità già formate che non necessitano di ulteriori investimenti per la costruzione delle loro competenze. Inoltre la morsa della crisi può aver riportato sul mercato ex lavoratori che hanno avuto la necessità personale o familiare di ricominciare a percepire un salario pieno per far fronte alle esigenze economiche.
 

A crescere tra gli over 50 è però anche la disoccupazione: per chi perde lavoro è più facile o più difficile trovare lavoro rispetto a un giovane?
 

Se aumenta l’età pensionabile anche per coloro che non avevano un lavoro e che pensavano di andar presto in pensione è probabile che aumenti anche il numero dei disoccupati. E spesso trovare lavoro per un over 50 è complesso soprattutto per quei profili che hanno un livello di competenze molto basso e che faticano a offrire capacità che interessano imprese che hanno esigenze molto diverse
rispetto a quelle che avevano negli anni in cui questi lavoratori si affacciavano sul mercato.
 

C’è davvero competizione tra junior e senior nella ricerca del lavoro?
 

La velocità con cui le tecnologie oggi cambiano i sistemi produttivi allarga ancor di più la distanza presente tra generazioni e tra le competenze che rispettivamente si possiedono, per cui è molto difficile pensare che vi sia una competizione tra generazioni. Questo presupporrebbe un principio dei
vasi comunicanti tra flussi in entrata e in uscita che i dati hanno smentito più volte. L’urgenza nel nostro paese è aumentare invece i tassi di occupazione in tutte le fasce d’età.
 

Ci sono risvolti sul piano sociale connessi alla crescita della disoccupazione senior?
 

Sicuramente il fatto che tale tipologia di disoccupazione si presta più delle altre ad avere una durata lunga e che rischia di rendere difficile la maturazione dei requisiti necessari per la pensione. Si tratta inoltre di una disoccupazione che si accompagna spesso a esigenze di cura e di salute diverse da quelle dei giovani, che i sistemi di welfare oggi faticano a sostenere e che diventano quindi ancor più insostenibili con l’assenza di un reddito.
 

E rispetto alla crescita dell’occupazione di questa fascia d’età?
 

Rilevante è il tema delle malattie croniche. Il network europeo per la promozione della salute nei luoghi di lavoro ha stimato che in Europa quasi il 25% della popolazione in età di lavoro soffre i disturbi di almeno una malattia cronica. Per contro, le proiezioni al 2020 del tasso di partecipazione al mercato del lavoro in Europa degli over 55 registrano un incremento di 8,3 punti percentuali. Certo
è che, nel lungo periodo, la presenza di lavoratori affetti da malattie croniche diventerà un tema imprescindibile in un contesto di drastico invecchiamento.


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martedì 10 gennaio 2017

Il lavoro è un sogno per milioni di italiani

La fotografia dell'istituto di statistica ci offre uno spaccato sull'Italia che lavora.
L'articolo è de: "Il Sole 24 Ore".

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lunedì 9 gennaio 2017

Non è un Paese per giovani

Calano gli occupati sotto i 35 anni. Ce ne parla "La Stampa".

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giovedì 5 gennaio 2017

Così sta cambiando il lavoro

Repubblica ci spiega come sta cambiando il mondo del lavoro.
Vi riportiamo anche un pezzo de "Il Corriere della Sera" sullo stesso argomento.

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mercoledì 23 novembre 2016

Non è più il lavoro ma la sua assenza a generare mostri

(Fonte: "La Repubblica")

In Marx la critica allo sfruttamento del lavoro proprio del regime capitalista si è sempre accompagnata ad una valorizzazione del lavoro in quanto tale. Anzi, nei Manoscritti economico- filosofici del 1844 l’umanizzazione della vita non può che compiersi attraverso il lavoro che è innanzitutto il modo col quale si manifesta l’essenza dell’uomo in quanto tale. 
Se, infatti, il capitalismo deruba l’uomo della sua umanità, rendendolo simile ad una bestia da soma, è perché si è indebitamente appropriato del prodotto del suo lavoro. In questo modo ha reso impossibile quel riconoscimento del valore della vita umana che dovrebbe realizzarsi quando il lavoratore può specchiarsi nel prodotto del suo lavoro. È questo, in estrema sintesi, il carattere alienante dell’espropriazione capitalista del lavoro operaio: il lavoratore perde contatto con l’oggetto del proprio lavoro e con il senso stesso della sua prassi.

Esiste però una tendenza interna al marxismo dove questa valorizzazione del lavoro viene negata identificando l’attività stessa del lavoro – e non la sua forma alienata prodotta dal capitalismo – come una attività di mortificazione e di sfruttamento dell’uomo. 

Questa tendenza ha avuto diversi interpreti (da Andrè Gorz ad Herbert Marcuse, per lo più travisato, sino ai più recenti contributi di Robert Kurz, filosofo marxista tra gli autori di un eloquente Manifesto contro il lavoro redatto nel 2003) ed è quella risultata culturalmente dominante nelle contestazioni del ’68 e del ’77. 
Lavorare non alimenta la vita ma la mortifica, non genera soddisfazione ma abbruttimento. 

Il rigore umanistico del giovane Marx viene curvato verso un inedito edonismo libertario che rigetta il lavoro in quanto tale considerandolo un principio socialmente costrittivo. Il lavoro diventa un tabù di cui liberarsi il più in fretta possibile. (...)Non si trattava solo di criticare il lavoro alienato del regime capitalista, ma la tirannide in sé del lavoro, la trasformazione moralistica del mondo in un grande fabbrica di produzione.

Nell’attuale tempo della crisi economica e della disoccupazione crescente, soprattutto tra i giovani, questi discorsi impallidiscono di fronte alla dura prova della realtà. La vita umana senza la possibilità del lavoro è vita morta, vita che perde ogni dignità. I suicidi che nel tempo più acuto della recente crisi hanno colpito imprenditori e lavoratori segnalano spietatamente – come il giovane Marx aveva lucidamente affermato – che senza l’occasione del lavoro, senza impresa, la vita non accede ad alcuna libertà, ma tende a disumanizzarsi e a percepirsi come superflua e insignificante. È, infatti, solo attraverso il lavoro che facciamo esperienza della soddisfazione simbolica del riconoscimento. 


La nostra vita acquista valore umano perché, diversamente da quella animale, non si limita a reagire agli stimoli del mondo, ma sa trasformare il mondo, sa imprimere al mondo una forma umana. Perdere o non trovare lavoro significa essere tagliati fuori da qualunque esperienza fondamentale di riconoscimento. 

Il vero problema oggi non è la critica alla natura alienata del lavoro, ma l’esistenza di una economia sempre più afflitta dal primato della finanza che ha fatto evaporare la centralità umana del lavoro. La via “lunga” del lavoro è stata sostituita da quella “breve” dell’allucinazione finanziaria, del profitto facile. Quando infatti il profitto si separa dalla forza-lavoro per generarsi solo dal denaro, diviene l’indice drammatico di un rovesciamento nichilistico dei valori: non è il lavoro ad essere un valore, ma è il valore che riproduce se stesso a prescindere dal lavoro. 

(...)

Se al tempo fordista il lavoro veniva organizzato da una sua irreggimentazione paranoica ponendo in primo piano la sua meccanizzazione anonima che surclassa la singolarità del lavoratore, nel nostro tempo in primo piano è un godimento – quello della finanza – che rifiuta ogni limite subordinando alla sua avidità compulsiva e astratta la dimensione reale del lavoro. Per questo al posto dell’irreggimentazione disciplinare del lavoro di tipo fordista, oggi abbiamo il problema della sua precarizzazione e della sua evaporazione, il suo declassamento rispetto all’economia spettrale della finanza.
La fine del controllo paranoide del lavoro che aveva caratterizzato l’economia fordista (...) genera però una libertà individuale solo apparente. Il nuovo scenario antropologico del soggetto contemporaneo appare dominato da una precarietà diffusa che è la faccia oscura della maggiore individualizzazione e autoregolazione del lavoro. 

(...) non è il lavoro a sfruttare la vita, ma è la vita che senza lavoro si consuma in quella nuova schiavitù che chiamiamo libertà. Se l’espansione della libertà è una evidenza solo individualistica che taglia fuori i più deboli, che li priva dell’occasione del lavoro, questa libertà resta solo (...) una versione nichilistica del puro arbitrio.

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mercoledì 9 novembre 2016

I profili più richiesti dalle imprese

Periodicamente escono articoli che ci illustrano quali siano i profili più richiesti nel mondo del lavoro italiano. Questa è la volta di "Tuttosoldi" de: "La Stampa".

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mercoledì 20 luglio 2016

Il mondo del lavoro visto dai giovani

Quale idea si sono fatti i giovani del mondo del lavoro che li aspetta? Ce ne parla "Il Sole 24 Ore".

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venerdì 8 luglio 2016

I dati relativi all'occupazione

Come sta andando l'occupazione? Proviamo a cercare di capirlo leggendo due articoli:
"Il Corriere della Sera"
"la Repubblica"

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martedì 21 giugno 2016

Tre tipologie di operai

I nuovi operai non sono più tutti uguali ma, secondo questo articolo de: "Il Corriere della Sera", si dividono in tre categorie.

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venerdì 17 giugno 2016

Gli uomini collaborano di più delle donne

Un articolo de: "Il Corriere della Sera" dovrebbe far riflettere tutte le nostre gentili lettrici perché spiega che gli uomini, sul lavoro e in team, collaborano più delle donne.

Spazio al dibattito!

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giovedì 11 febbraio 2016

Le figure più richieste e meno reperibili

Quali sono le figure professionali più richieste dalle organizzazioni ma davvero introvabili? Ci saranno i professionisti della Qualità?
Ce lo racconta questo articolo de: "la Repubblica" e, se volete deprimervi, leggete pure!

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lunedì 5 maggio 2014

L'ultima frontiera della crisi: lavorare senza paga

Oggi, come riflessione, vi lascio questo articolo pubblicato su "il Venerdì di Repubblica" che ha per tema il lavoro in questi tempi di crisi.

Cosa ne pensate?

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lunedì 2 settembre 2013

Non c'è più il tempo per pensare

Oggi vi proponiamo la lettura di qualche stralcio dell'articolo: "Oblomov, la futura bibbia dei manager" pubblicato su "Sette".

Avete voglia di dirci cosa ne pensate?

(...)

Quasi certamente anche voi lavorate - se lavorate - troppo. E questo sta diventando uno dei grandi problemi della vita delle aziende: le persone sono trascinate ogni giorno da una riunione all'altra; devono rispondere a decine di richieste, spesso inutili, perché è d'obbligo mostrarsi cooperativi; sono subissate da email che richiedono risposte tanto immediate quanto vuote di contenuto.

(...)

La perdita di tempo è qualcosa che ognuno di noi sperimenta quotidianamente sul posto di lavoro. In Italia, si tende a stare in ufficio più che in altri Paesi europei, probabilmente perché la carriera è spesso giocata più sulla fedeltà (anche apparente) che non sui meriti.

(...)

Una ricerca negli Stati Uniti ha misurato che più dell'80% delle persone continua a lavorare anche dopo aver lasciato la scrivania, che il 69% non riesce ad addormentarsi se non ha controllato la posta elettronica e che il 38% abitualmente scruta le email durante la cena.
In Italia le percentuali sono probabilmente inferiori, ma chiunque sia entrato in un ristorante negli ultimi cinque anni sa che la tendenza è la stessa.
Non è che questo rovini solo il tempo libero e irriti famigliari e amici. Alimenta l'apparenza (e forse il senso del dovere) ma crea un vortice nel quale diventa impossibile prendere le distanze e avere una visione di quel che si sta facendo.

Uno dei più grandi manager degli ultimi decenni, Jack Welch della General Electric, per un'ora al giorno guardava fuori dalla finestra. E i migliori strateghi sono coloro che non vivono rispondendo agli eventi e alle richieste ma impongono la loro agenda, nella quale c'è sempre spazio per riflettere.

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