lunedì 11 settembre 2017

L'importanza del fallimento

Torniamo sull'argomento di questa riflessione di qualche tempo fa (accesso al forum di QualitiAmo previa registrazione gratuita) con questo nuovo articolo de: "La Stampa".

Tel Aviv e il fallimento “Qui anche i flop fanno curriculum”

E  se  il  segreto  del  successo fosse  fallire?  Se  un  business catastrofico diventasse un caso da studiare? Dietro app e progetti  geniali  si  nascondono inciampi, più o meno grandi, che possono insegnare molto a  chi  scommette  su  nuove start-up. La lezione arriva da Tel Aviv, paradiso hi-tech sul Mediterraneo.

Tra Rothschid boulevard e gli altri viali a pochi passi dal mare batte il cuore dell’innovazione. Fuori dalle sedi delle multinazionali e dei 90 acceleratori  di  start-up.  Nei dehors dei bar, incastonati tra
case  in  stile Bauhaus  e  moderni grattacieli, alcuni  giovani scrutano  lo schermo  di  un Mac.  Stanno  discutendo un nuovo  progetto  da lanciare. «In nessun’altra  città  al mondo c’è un fermento  simile», spiega  Margaux Stelman, del municipio  di  Tel Aviv. Qui c’è il record  di  start-up per abitante: una ogni  290,  2.800 in  tutta  la  città, più che nella Silicon Valley. E i fallimenti non si nascondono,  li  si «celebra»  in eventi particolari.
Si tratta delle «Fuckup Nights» (eufemismo per andare in malora), un format nato a Città  del  Messico  nel  2012.
Cinque amici, davanti a una bottiglia di mezcal, borbottavano sfogandosi dei loro flop: «Se organizzassimo un evento dove raccontiamo i nostri fiaschi? Sarebbe più originale delle noiosissime conferenze in cui i guru insegnano la ricetta del successo». Quella sera è nata l’idea esportata in
oltre 200 città di tutto il mondo. Ma è qui a Tel Aviv che è diventata  un  appuntamento cult: ogni mese un paio di serate fanno il sold out. In sette minuti  imprenditori  e  startuppari  di  successo  raccontano le esperienze finite male, rispondendo alle domande del pubblico.

«A volte è più utile di una seduta dallo psicologo», assicura  Adam  Rakib,  28  anni, speaker  di  una  serata.  È  un giovane imprenditore che nel 2012, con altri soci, ha realizzato  una  piattaforma  per  videogame  in  realtà  virtuale.
Dopo un anno è stata venduta a  una  multinazionale  per  12 milioni di dollari. «Ma non è stata  tutta  in  discesa,  anzi.
Prima  di  avere  successo  ho sbattuto  la  testa  più  volte», racconta.  L’apologia  del  fallimento  nelle  «Fuckup  Nights» recita più o meno così: sbagliare non impedisce di avere successo.  Anzi:  fallire  è  necessario.
«Non farlo è impossibile: è una questione statistica. Più ti sbatti, più lo scivolone è dietro l’angolo», spiega Roy Povarchik, 31 anni,  fondatore  di  un’acceleratore per start-up. «Dei big come Steve  Jobs  si  ricordano  solo  i trionfi. Ma non hanno azzeccato ogni colpo in tutta la carriera: anche loro hanno commesso errori  grossolani.  A  volte  anche per anni».

Può  essere  una  leggerezza nel  business  plan,  la  scelta sbagliata di un socio o innamorarsi di un’idea senza scorgerne i limiti. O non cautelarsi da persone senza scrupoli, come è  accaduto  alla  28enne  Sharonna  Karni  Cohen.  Nel  2014 ha  creato  «Dreame»,  un  portale  in  cui  si  commissionano disegni, scegliendo tra 500 artisti in tutto il mondo, da ricreare  su  qualsiasi  supporto  (tshirt,  cuscini,  tazze).  Un’amica russa a cui aveva raccontato  il  progetto  le  ha  rubato
l’idea.  «Ero  furiosa,  ma  non potevo  che  prendermela  con me  stessa.  Ho  raccontato  la mia  esperienza  durante  una “Fuckup Night” e le ho mandato una mail in diretta con solo tre  parole:  “Grazie  dell’insegnamento”. È stato catartico».
Oggi la sua creatura è valutata tre milioni di dollari e ne fattura 25 mila al mese. «Da quella sera ho imparato molto», spiega.  «In  Israele  le  esperienze senza lieto fine a volte vengono  inserite  nel  curriculum: non c’è nulla di cui vergognarsi».  È  il  diritto  di  fallire.  Il trampolino verso il successo.

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venerdì 8 settembre 2017

Gestione del cambiamento: si migliora

(Fonte: "Il Sole 24 Ore")

Nella capacità di gestire il cambiamento l’Italia fa progressi grazie soprattutto al ruolo del proprio tessuto imprenditoriale e conquista il 40esimo posto della classifica «Change readiness index» (Cri) elaborata ogni due anni da Kpmg. Un balzo di ben 28 posizioni rispetto al 2015 e una delle migliori performance registrate nel periodo, anche se non mancano Paesi che sono riusciti a fare meglio. Si tratta del Bhutan, piccolo stato himalayano, al 43esimo posto (+35), e della Romania che raggiunge il 49esimo gradino (+32).
È quanto emerge dall’edizione 2017 del «Change readiness index» utilizzato per misurare la
capacità dei Paesi, 136 quelli considerati, di prepararsi e di gestire i driver del cambiamento così
come i potenziali effetti negativi. L’indice è calcolato parametrando una serie di dati su imprese, efficacia del governo e della Pa, condizione della popolazione e società civile. 


Il gradino più alto è conquistato dalla Svizzera (seconda nella precedente edizione), seguita da Svezia ed Emirati Arabi Uniti.
Entrano nella top ten al nono e decimo posto la Germania e il Regno Unito. Sono tutti Paesi
con un alto reddito, ma otto su dieci non sono ricchi di risorse naturali e sei hanno meno di dieci milioni di abitanti. Gli Usa sono al 12esimo posto e insieme a Cina, India e Indonesia hanno
migliorato la capacità imprenditoriale e governativa. Tra i Paesi emergenti spicca poi il Rwanda,
che raggiunge il 46esimo posto grazie a un Pil che cresce del 7%, alla stabilità politica e a una disponibilità di tecnologie e infrastrutture digitali che aprono il paese al mondo. Scivolano invece di una trentina di posti realtà come Capo Verde, El Salvador e la Cambogia.
 

Per quanto riguarda l’Italia, l’avanzamento è dovuto al migliorato clima economico e finanziario di cui beneficiano quelle imprese che cavalcano l’export e sono riuscite a intercettare i primi segnali di ripresa (qui l’indice fa un balzo di 34 posti). Migliora anche l’area «governo e Pa» (+30) grazie soprattutto alla sicurezza pubblica e alla sostenibilità ambientale.
Per finire c’è il capitolo «popolazione e società civile» (+11 posizioni), in cui vengono valutate
positivamente l’imprenditorialità, gli elementi demografici, la salute, la Pa online e l’adozione
delle nuove tecnologie.


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giovedì 7 settembre 2017

Contro la sindrome da rientro funziona la gratificazione

(Fonte: "La Stampa")

In  questo  momento  milioni di  italiani  sono  alle  prese con fastidiosi disturbi. È la sindrome da rientro. Il ritorno alla routine, con le ansie da lavoro  e  gli  obblighi  familiari, non lascia scampo.

Depressione

Le avvisaglie appaiono  già  a  inizio  agosto. Non a caso si parla di «August blues», uno spleen stagionale, legato al pensiero che l’estate, già nel suo fulgore, sta per terminare. Al rientro, così, molti lamentano  una  persistente sensazione di malinconia.

Dolori.  

Nel  post-vacanze si registra anche un picco di disturbi  gastrointestinali.
Secondo gli esperti dell’«Italian Group for the study of Inflammatory  Bowel  Disease» (Ig-Ibd), è questo lo scotto da pagare per i viaggi e le sregolatezze che ci si è concessi. Le cause sono varie. «La diarrea del viaggiatore - osservano -colpisce  soprattutto  chi  è stato  in  aree  subtropicali  e che non ha prestato adeguata attenzione a ciò che ha mangiato e bevuto». E poi ci sono gli  eccessi  in  cui  si  è  caduti.
Sotto accusa un’alimentazione disordinata.


Sonno.  

Vacanze  e  riposo vanno di rado a braccetto. Anzi, in ferie si tende a stravolgere le abitudini notturne: c’è chi dorme tutto il giorno e a tutte le  ore  e  chi  sacrifica  il  sonno per trascorrere notti brave. Il più delle volte, così, si rientra più  stanchi  di  prima.  Il  rimedio-base - spiegano gli specialisti  -  è,  qualche  giorno  prima dal rientro, riabituare l’organismo a seguire i giusti ritmi. 

Emicrania.  

C’è  chi  ne  soffre al solo pensiero di riprendere la vita standard. E chi paga il prezzo di vacanze sfrenate.  Alimentazione  sbagliata, troppo alcol e una serie di notti in bianco possono essere fattori scatenanti.

Stress.  

In  questo  disturbo, tanto vago quanto ampio, rientra una serie di sintomi molto temuti:  sensazione  di  stordimento  e  confusione,  oltre  a un’«attivazione neurofisiologica» che si manifesta con tachicardia, iper-sudorazione, dolori  muscolari,  irritabilità.  «Si avverte lo stress - spiega Giandomenico  Bagatin,  psicoterapeuta e autore del saggio “Riprenditi il tuo Tempo” - perché
non si riesce ad appagare i propri bisogni». Troppo stridente è la differenza tra il «prima» e le attese maturate, da una parte, e il presente dall’altra.


Contromisure.  

Se  gli  attacchi di infelicità sono in agguato, la buona notizia è che la sindrome da rientro si può affrontare. Il tempo di compensazione è sette giorni. «Occorre darsi le corrette priorità -consiglia  Bagatin  -  cercando di  capire  quello  che  davvero desideriamo  e  mettendolo  in ordine». Significa - aggiunge -«fare un programma serio di gestione del tempo, trovando gli spazi per fare le cose a cui
teniamo».  Non  solo  obblighi, quindi, ma mantenere aperta una strada personale «dedicata alla gratificazione». E, inoltre, ci si aiuta con l’alimentazione. «Per il recupero - dice Luca  Piretta,  specialista  in scienze della nutrizione - bisogna  cominciare  dalla  prima colazione. E, oltre al cibo, conta l’acqua: meglio quella ricca di minerali. Così si recuperano i sali persi».


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mercoledì 6 settembre 2017

I trucchi del lettore intelligente

(Fonte: "L'Internazionale")

L’assalto delle parole comincia nel momento in cui ci svegliamo. Ancor prima di vestirci  controlliamo l’email, diamo un’occhiata  alle  notizie  online, apriamo Twitter e rispondiamo ai messaggi. Una volta al lavoro, dobbiamo leggere rapporti, relazioni, articoli e altre email. A
volte ci immergiamo in un testo per il puro piacere di farlo. Con la diffusione di internet e dei social network molti di noi si trovano a contatto con un maggior numero di informazioni scritte rispetto alle generazioni precedenti. Il rischio è di farsi travolgere da questa valanga quotidiana di testo:
sia chi fa fatica a contenerla sia chi ne vorrebbe di più probabilmente si è chiesto se non ci siano metodi di lettura migliori.


Sappiamo che il cervello umano è capace di imprese straordinarie. “Ci sono persone che memorizzano mazzi di carte in meno di venti secondi e, di recente, una persona è riuscita a risolvere otto cubi di Rubik sott’acqua senza riprendere fiato”, racconta David Balota della Washington
university di St. Louis, nel Missouri. “Sarebbe interessante sapere se si possono ottenere risultati simili nella lettura”.
Realisticamente la maggior parte di noi non potrà mai sperare di battere Anne Jones, sei volte campionessa mondiale di lettura rapida, che ha raggiunto il record di 4.251 parole al minuto. Ma ci sono sistemi che possono aiutare chiunque a ricavare qualcosa di più da quello che legge.
In media una persona laureata legge tra le duecento e le quattrocento parole al minuto. Nel corso della storia l’idea di leggere meglio è sempre stata legata a quella di leggere più velocemente. Negli anni cinquanta l’insegnante statunitense Evelyn Wood lanciò il concetto di lettura rapida e
da allora proliferano i corsi e i libri che promettono di insegnare alle persone a leggere cinque volte più velocemente senza perdere nulla a livello di comprensione. Le nuove tecnologie hanno reso quest’idea ancora più attraente. Spritz, per esempio, è un’applicazione molto popolare per ottimizzare la lettura: secondo i suoi creatori è usata da milioni di persone in tutto il mondo. Viene addirittura preinstallata su alcuni telefonini.


“Fino a poco tempo fa i metodi di lettura rapida venivano insegnati solo in corsi specializzati, che bisognava frequentare per settimane”, spiega Elizabeth Schotter, una psicologa cognitiva della University of  South Florida, negli Stati Uniti. “Ma ormai c’è chi sostiene che, grazie alle nuove tecnologie, non serva nessun corso. Questo è molto allettante per chi cerca un modo rapido e facile per risolvere problemi come quello di aver troppe cose da leggere”.


Soluzioni inefficaci 

 
In realtà gli scienziati non erano sicuri che la lettura rapida funzionasse davvero. Per verificarlo Schotter e i suoi colleghi hanno valutato alcune delle strategie e dei sistemi più  diffusi, con  risultati  deludenti.  Per esempio, una delle “soluzioni” per leggere più velocemente è eliminare del tutto la
vocalizzazione interna, cioè non immaginare il suono delle parole ma solo affidarsi al loro aspetto. La vocalizzazione interna sarebbe una perdita di tempo che ci portiamo dietro da quando abbiamo imparato a leggere ad alta voce da bambini. Ma Schotter e i suoi colleghi hanno dimostrato che
eliminare la riproduzione dei suoni nella nostra mente ostacola la comprensione. È ragionevole pensare che tradurre informazioni visive in forma sonora ci aiuti a capire meglio un testo, visto che in origine il linguaggio era espressione orale e percezione uditiva. Gli esseri umani hanno cominciato a parlare tra loro circa centomila anni fa, mentre la scrittura fu inventata in Mesopotamia solo nel 3400 aC.


Un metodo molto usato in alcune app è quello di presentare singole parole rapidamente, una dopo l’altra. Gli utenti di Spritz, per esempio, possono stabilire un ritmo che va dalle 250 alle mille parole al minuto.
Si pensa che questo elimini la necessità dei movimenti oculari. “L’idea che perdiamo tempo facendo dei movimenti inutili con gli occhi è affscinante”, ammette Balota.
Ma è sbagliata. Lo dimostrano le ricerche sul modo in cui leggiamo. Per prima cosa, gli occhi devono concentrarsi sulle lettere.
L’acutezza visiva è massima nella fovea, l’area di maggiore sensibilità visiva della retina, che è grande più o meno quanto il pollice quando allunghiamo il braccio davanti all’occhio. Rapidi movimenti dell’occhio, detti saccadi, consentono a chi legge di spostare la fovea da una parola all’altra.
Ogni movimento in avanti di solito copre circa sette lettere. In media gli occhi si soffermano su una parola per circa 250 millisecondi e, mentre passano oltre, il cervello sta ancora cercando di capire quello che ha registrato. Ma la lettura non è sempre un processo di avanzamento. Circa il 30 per
cento delle volte saltiamo una parola. Questo può succedere se è molto breve (come “di” o “a” ), frequente (come “stato” o “molto”) o prevedibile perché è stata appena letta. Almeno il 10 per cento delle volte torniamo alla parola precedente, forse perché ci rendiamo conto di non averla capita
bene o, se è un’informazione nuova, vogliamo rivederla per capirla meglio. Quando un’applicazione ci presenta delle parole una dopo l’altra, non è possibile prevederle e rivederle, quindi la comprensione si riduce, sostiene Schotter.
Il modo in cui leggiamo normalmente si scontra anche con la tecnica di lettura rapida chiamata chunking, cioè la suddivisione del testo in blocchi. I suoi promotori sostengono che con questa tecnica si possano leggere interi gruppi di parole, anche quelle fuori dalla fovea, con un solo sguardo. Secondo Schotter, però, questo sistema non funziona perché il chunkingnon è possibile dal punto di vista isiologico, senza contare il fatto che a limitare la nostra velocità di lettura è l’incapacità non tanto di vedere le parole, ma d’identificarle e comprenderle rapidamente.
Secondo Schotter queste tecniche sono inutili. “Sono tutte un po folli”, osserva.
“Non sono totalmente assurde, ma sembrano ragionevoli solo a chi non ha mai veramente studiato come funziona il processo di lettura”. Inoltre i record dei tempi di lettura non  sono  mai  stati  verificati scientificamente. Alla fine delle gare ai partecipanti vengono rivolte delle domande sul testo per veriicare cos’hanno capito, ma è possibile dare risposte corrette anche solo avendo scorso il testo e facendo ipotesi intelligenti per riempire i vuoti.


Schotter è convinta che un “buon” lettore, con una media di quattrocento parole al minuto, potrebbe raddoppiare la velocità, ma non triplicarla, come promettono i sistemi di lettura rapida. E anche così quella non sarebbe una “vera” lettura, ma solo un modo “più efficiente per scorrere il testo”, che inevitabilmente comporta una minore comprensione. Se il nostro obiettivo è solo capire il senso di un testo, scorrerlo è meglio che leggerlo. E per questo non c’è bisogno di comprare un’applicazione o
di frequentare dei corsi. Schotter consiglia di concentrarsi sui titoletti e sulla prima e  ultima frase di ogni paragrafo, perché di solito è in quelle parti che si trovano le informazioni più importanti, almeno se il testo è “scritto bene”. Questa tecnica richiede che il lettore riempia i vuoti facendo delle supposizioni sulla base di quello che ha già letto. Se si vuole leggere più velocemente senza compromettere la comprensione non esistono scorciatoie, aferma Schotter. La massima velocità con cui possiamo passare da una parola all’altra, continuando a capire quello che stiamo leggendo, è determinata soprattutto dalla nostra familiarità con quelle parole. Mentre una persona può esitare davanti a “insignificante”, un’altra rallenterà davanti a “psiconeuroendocrinoimmunologia”. 


Qual è la soluzione, secondo Schotter?
“Spesso non piace sentirselo dire, ma l’unica cosa da fare è leggere di più. Espandere il proprio vocabolario e la propria conoscenza del mondo”, dichiara la studiosa.
Il modo più intelligente di leggere è prendere coscienza dei propri limiti e riconoscere i vantaggi e gli
svantaggi dello scorrere rapidamente un testo. Ma bisogna anche tener conto del mezzo che si
usa, perché leggere su uno schermo è diverso da leggere su carta.
È difficile fare un’ipotesi su quanto oggi leggiamo su schermo. “Nessuno dispone di dati significativi che mettano a confronto i minuti passati a leggere su ogni piattaforma”, spiega Naomi Baron dell’American university di Washington Dc, autrice di Words on Screen: the fate of reading in a digital world (Oxford University Press 2015).
Secondo i sondaggi del Pew research center, negli Stati Uniti, la metà dei lettori di giornali usa esclusivamente la versione stampata. Nel 2016 il 65 per cento degli adulti statunitensi ha letto almeno un libro di carta, rispetto al 71 per cento del 2011, mentre quelli che hanno letto un libro in
formato digitale sono passati dal 17 al 28 per cento. Sempre nel 2016 gli Stati Uniti e il Regno Unito – il secondo paese per vendite di ebook al mondo – hanno visto calare le vendite di libri in formato digitale, forse perché stanno diventando più costosi, ipotizza Baron.
 

Gli schermi sui banchi 

Leggere sullo schermo è spesso considerata una “buona cosa”, soprattutto a scuola, dice Anne Mangen dell’università di Stavanger, in Norvegia, che presiede l’iniziativa dell’Unione europea E-Read. Ma non ci sono dati certi. “Mancano le informazioni e ci sono molte pressioni da parte dell’industria tecnologica”, dice. Molti dibattiti, discussioni e decisioni – soprattutto nel campo della scuola – si basano su ipotesi e su una fede quasi cieca nella tecnologia.
Molti sostengono che leggere su dispositivi elettronici “sia più stimolante e che sia il modo in cui la maggior parte delle persone legge e leggerà in futuro”.
In  realtà  dalle  ricerche  di  Mangen emerge che abbiamo più diicoltà a comprendere le informazioni presentate in pdf  su uno schermo rispetto a quelle stampate su carta. Questo probabilmente è dovuto al fatto che è più difficile muoversi su un testo online, tornare al punto che si vuole rileggere. Una persona può ricordare che una certa informazione era a circa un quarto di un documento stampato o a circa due terzi di una pagina, ma in un formato elettronico questi riferimenti non ci sono più.
“Dalle ricerche emerge una preferenza verso la carta stampata quando si tratta di studiare”, dice. Questo potrebbe confermare l’idea che è meglio leggere su carta le cose che vogliamo comprendere a fondo.
Lo stesso discorso potrebbe valere per chi legge per piacere. Mangen ha riscontrato che le persone che leggono un romanzo giallo su Kindle fanno più fatica a ricordare la sequenza degli eventi rispetto a chi lo legge su carta, probabilmente perché un supporto elettronico non dà la stessa sensazione tattile del procedere della trama che dà un libro. È anche in parte dimostrato che quando leggono su carta le persone s’immedesimano di più nei personaggi.
A seconda dei motivi per cui si legge, farlo su uno schermo presenta comunque dei vantaggi. Possiamo ingrandire i caratteri o cercare una parola nel testo e trovare riferimenti incrociati. Ma anche in questo caso emergono aspetti negativi. “Quando cerchiamo una parola chiave di solito arriviamo a leggere solo un’informazione speciica ma ci perdiamo tutte quelle di contorno”, dice Baron. Inoltre, saltare da un sito web all’altro riduce la nostra capacità di concentrazione.
 

Come per le tecniche di lettura rapida, la cosa migliore da fare è adattare lo strumento ai nostri obiettivi. Ma c’è una cosa che tutti possiamo sempre fare per diventare lettori più bravi. “Quello che conta non è il tempo che impieghiamo a leggere, e neanche il supporto, ma la concentrazione”, dice Baron. “Ci sono persone che leggono lentamente ma non riescono a capire molto, mentre ci sono lettori veloci che hanno un’ottima capacità di memoria e di analisi”.
“Secondo me la cosa più rilevante è che quando ci mettiamo a leggere un testo che ci interessa – non importa se narrativa o saggistica – la lettura catturi tutta la nostra attenzione”, afferma Baron.


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martedì 5 settembre 2017

Decidere di pancia e non pentirsene

Le decisioni di pancia a volte possono essere migliori di quelle di testa? Leggiamolo insieme su: "Il Corriere della Sera".

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lunedì 4 settembre 2017

Diventa social climber (2)

(Fonte: "Cosmopolitan")

Continuiamo a leggere come utilizzare al meglio i social per trovare lavoro.

Facebook
 
La piattaforma di connessione ideale per tutti.


Cosa postare - Usa la sezione delle informazioni personali “In breve” per fornire agli amici una sintesi del tuo cv. Aggiungi al profjlo fjno a 5 foto in evidenza che illustrino la tua personalità
e le competenze (immagini che ti ritraggono mentre pratichi lo sport che ami o durante un evento di
networking). E condividi articoli su temi vicini al tuo percorso professionale. 


Con quale frequenza - Una volta al giorno.


Chi seguire - Uno studio ha confermato che hai più chance di trovare lavoro tramite conoscenze
indirette che grazie al tuo best friend. Quindi, individua su Fb potenziali datori di lavoro e controlla
se avete amici in comune.


Come commentare - «Non limitarti a postare emoji e “Wow!”: cerca di avviare  conversazioni signifjcative, come faresti nella vita reale», dice Larssen.
Scrivi: “Ho assistito a un suo intervento ed è stato illuminante: mi piacerebbe approfondire l’argomento...”. 


Il livello successivo - Cerca nuove opportunità frequentando gruppi attinenti al tuo settore.
E fai il check al tuo profjlo per controllare cosa è visibile a tutti (vai sulla tua pagina e scegli il tool
“Visualizza come”).


Snapchat
 
La prossima frontiera della ricerca di lavoro


Cosa postare - «Condividi snapshot della tua giornata di lavoro, progetti creativi o foto ispirazionali», dice Larssen. «Ma se proprio vuoi mostrare la tua seconda attività di dj, o il punteggio ottenuto al torneo di poker online, sarà meglio inviare gli snaps solo a gruppi privati di amici», consiglia Miller-Merrell.


Con quale frequenza - Posta contenuti non più di 5 volte al giorno.


Chi seguire - Sul social non è facile individuare al primo colpo utenti che vale la pena seguire. Ti conviene fare qualche ricerca esterna per trovare persone e aziende interessanti.


Come commentare - Puoi reagire allo snap di qualcuno scrivendo un complimento o postando una domanda in chat. «Ma anche se i tuoi commenti scompariranno subito dopo essere stati visualizzati, non inviare mai niente che non vorresti fosse permanente», raccomanda Miller-Merrell.


Il livello successivo - Ricorri alla funzione messaggio diretto della chat per inviare un video o una registrazione vocale a possibili datori di lavoro. Considera questi clip dei mini-supporti al tuo cv.


Twitter


Il connettore di tutto quello che c’è di nuovo 


Cosa postare - Ogni tuo tweet deve includere la tua azienda, la tua qualifjca professionale e le passioni che coltivi (allenarti per la maratona, cucinare ecc.).
Posta notizie realtive al tuo campo di attività.


Con quale frequenza - Tre volte al giorno.


Chi seguire - «Cerca hashtag come #hr e #recruiting per identifjcare i manager che si occupano delle
assunzioni», consiglia Miller-Merrell. «Molte grandi aziende, oltre al canale uffjciale del brand, hanno anche un Twitter handle dedicato ai post di lavoro, compresi gli annunci per posizioni aperte», aggiunge Larssen.


Come commentare - Ritwittare persone che ammiri può favorire le tue possibilità di carriera. Interagisci con alcuni influencer rispondendo a eventuali domande o condividendo pensieri sul loro lavoro.


Il livello successivo - Crea delle Twitter list con i tuoi account preferiti.
«Le persone interessate lo noteranno, e non guasta se la tua lista dedicata ha pure un nome tipo “Persone brillanti su Twitter”», suggerisce Janice Morris, del team Global Media Partnerships di Twitter.

 
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venerdì 1 settembre 2017

Diventa social climber

(Fonte: "Cosmopolitan")

D'accordo, la fonte non è tra le più autorevoli in fatto di business, però qualche consiglio utile possiamo trovarlo lo stesso. Pronti? Eccoli!

Già che ci passi buona parte della tua giornata, perché non usare i social network anche per farti strada nel mondo del lavoro?
Tutto quello che ti serve sapere per trasformare la tua Facebook routine in un trampolino di lancio per la carriera.


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Sai come utilizzare LinkedIn per dare slancio alla tua carriera?
Ottimo: oggi è più che mai fondamentale se vuoi salire in alto. Facebook, Instagram & Co., però,
possono rivelarsi altrettanto effjcaci per avvicinare i pezzi grossi del tuo settore e scoprire nuove incredibili opportunità professionali. Senza contare che, anche grazie a una nuova funzione di Fb, un
numero sempre più grande di aziende posta direttamente sulla più grande piattaforma di condivisione del mondo le proprie inserzioni di lavoro. «Se vuoi “venderti” al meglio mettendo in
mostra i tuoi talenti, devi considerare i social network come un grande party in costante fermento, dove stabilire contatti profjcui», consiglia Peg Samuel, ideatrice dell’agenzia Usa di branding Social Diva Media. Una festa dove non c’è bisogno di essere invitati, ma che richiede un preciso codice di comportamento per farsi prendere sul serio. Ecco, allora, come ottenere il tuo prossimo lavoro
senza nemmeno bisogno di alzarti dal divano. Coi consigli degli esperti per fare le mosse giuste ed evitare i passi falsi. 


Instagram

Un’eccezionale vetrina per i più creativi
Cosa postare - Foto della tua scrivania e del tuo stilosissimo posto di lavoro, videoclip che illustrano
il tuo ultimo progetto o Boomerang di eventi che hai organizzato.
Scrivi didascalie essenziali e inserisci gli hashtag con molta cura scegliendo tra quelli più usati dagli
infmuencer del tuo settore. Per esempio, se il tuo mondo è quello della moda prova #ootd
(outfjt of the day).


Con quale frequenza - Fino a due volte al giorno.


Chi seguire - Persone che conosci, oppure che vorresti tanto conoscere.
Inclusi potenziali datori di lavoro: cercali tramite hashtag che combinano il nome dell’azienda per
cui lavorano con le parole “life” o “people”.


I commenti giusti - Sono la linfa di Instagram! Cerca solo di non esagerare.
«Se qualcuno condivide contenuti solo una volta alla settimana, non commentare ogni signolo post», avverte Adrian Granzella Larssen, content editor per il sito di suggerimenti per la carriera
The Muse.


Il livello successivo - Il tuo profjlo deve dare un’idea di chi sei realmente.
Usa le Instagram Stories per raccontare qualche aspetto personale e offrire ai follower degli assaggi
della tua giornata. Le storie spariscono in 24 ore, quindi puoi lasciarti anche un po’ andare, ma per tua maggiore tranquillità sappi che è possibile nasconderle a chi vuoi tu grazie al tool del menu impostazioni.


La prossima volta vedremo insieme gli altri social...non mancate!



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