venerdì 16 febbraio 2018

La sostenibilità conta per la busta paga?

 Ecco chi paga i manager anche per gli obiettivi sociali e ambientali. Ce ne parla "Il Corriere della Sera".

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giovedì 15 febbraio 2018

Ecco i profili più richiesti nel 2018

Ecco i dieci ruoli per manager e neulaureati che le aziende cercheranno nel 2018. L'importante è che mastichino bene il nuovo linguaggio del web.
Ruoli chiesti più o meno in tutti i settori produttivi e nei servizi. Le retribuzioni variano in base all'età e all'esperienza. E per chi ama vivere all'estero c'è il project manager.
Ce ne parla "la Repubblica".

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mercoledì 14 febbraio 2018

Crescono le morti bianche Nel 2017 sono state 1.029

(Fonte: "Il Sole 24 Ore")

Mille e ventinove. Tanti sono stati i morti sul lavoro nel 2017 (gennaio-dicembre), secondo quanto è stato comunicato dall’Inail con l’ultimo bollettino.
«Commentare dei dati quando parliamo della vita delle persone è sempre difficile - dice il vicepresidente di Confindustria, Maurizio Stirpe -. Il tema della sicurezza sul lavoro è importante, prioritario e evidentemente non si fai mai abbastanza. Confindustria, su tutto il territorio con le associazioni, lavora da tempo per diffondere la cultura della sicurezza e soprattutto della prevenzione.
Serve infatti potenziare le iniziative di formazione sia per gli imprenditori, che per i lavoratori».
Nel 2017 le denunce di infortunio con esito mortale sono aumentate dell’1,08% rispetto al 2016, quando erano state 1.018.
L’aumento riguarda tanto gli uomini che sono stati 6 in più (passando da 921 a 927), quanto le
donne che sono state 5 in più (passando da 97 a 102). Nella distinzione dei settori, i decessi sono stati 857 (841 nel 2016) nell’industria e nei servizi, 141 in agricoltura (133 nel 2016) e 31 per conto
dello Stato (44 nel 2016). «Siamo davanti ormai costantemente a circa un migliaio di morti sul lavoro all’anno, in tutti i settori - osserva il segretario generale della Cisl, Annamaria Furlan -. Ci vuole una presa di coscienza e di responsabilità molto, molto più forte da parte di tutti». «Il 2018,
per quanto riguarda gli incidenti sul lavoro, si é aperto malissimo», rincara il leader della Cgil
Susanna Camusso. «Già nel 2017 -aggiunge Camusso - c’era stata una crescita degli incidenti mortali. Tutto questo ci dice che la precarizzazione del mercato del lavoro é uno degli elementi che
mette a rischio i lavoratori».
Prendendo i dati complessivi degli infortuni c’è un lieve miglioramento. In totale nel 2017 le
denunce sono state 635.433, lo 0,22% in meno rispetto alle 636.812. Questo risultato si deve
essenzialmente al calo delle denunce di infortunio in occasione di lavoro che sono state lo 0,74% in meno, mentre pesa sempre di più il fenomeno degli infortuni in itinere.
La soluzione del problema chiede però un coinvolgimento a diversi livelli. Stirpe osserva che
«è necessario coinvolgere tutti gli attori della prevenzione in azienda, ma anche nelle istituzioni, su questi temi: politiche, strategie, personale, risorse, processi e risultati per una gestione totale
della sicurezza. Servono norme chiare e indirizzare sempre maggiori risorse per rafforzare la prevenzione a tutti i livelli. Serve un grande lavoro di squadra. Noi continueremo a non abbassare la
guardia e a potenziare il nostro impegno in questa direzione».


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martedì 13 febbraio 2018

Il lavoro si trova all’asta

(Fonte: "Il Sole 24 Ore")

C’è un piccolo esercito - ancora invisibile – di lavoratori che scambia prestazioni professionali sulle piattaforme digitali. È la spallata finale della sharing economy alle agenzie di intermediazione?
Presto per dirlo. Certo è che il settore del recruiting sta vivendo una vera e propria rivoluzione.
Freelance, traduttori, informatici e creativi, ma anche artigiani ormai lavorano anche così: serve il
nuovo logo aziendale, una traduzione al volo, la verifica di una pagina di bilancio? Basta aprire un sito specializzato, inviare la richiesta, fissare il compenso e attendere che qualcuno nella folla dei lavoratori (da cui crowd work) risponda.
In alcuni casi (...) si apre una vera e propria asta: solo il progetto migliore viene premiato e si aggiudica la ricompensa. Chi ci guadagna? Tutti: chi vince la competizione e di conseguenza la somma messa in palio; il committente che in modo rapido ottiene il lavoro richiesto; e infine il sito, che mette a disposizione la piattaforma di scambio, cui va solitamente una fee.

(...)

Numeri che inquadrino questa fetta di lavoro digitale (...) ancora non ci sono; tracce se ne scovano in una recente ricerca (fine 2017) compilata dagli accademici dell’Università dello Hertfordshire, in collaborazione con la Federazione per gli studi progressivi europei (Feps), Uni Europa e Ipsos Mori, racconta che il 22% della forza lavoro attiva in Italia ha riferito di avere svolto un lavoro di massa. Le stime hanno rilevato che 5,68 milioni di persone su sette paesi europei mappati potrebbero
guadagnare oltre la metà del loro reddito sulle piattaforme: oltre un milione di persone nel Regno Unito e in Germania e oltre due milioni di persone in Italia.
Si tratta di dati sovrastimati, secondo Antonio Aloisi ricercatore di Diritto del lavoro alla Bocconi,
che però raccontano di quanto il fenomeno stia prendendo piede anche in Italia assumendo il profilo quasi di un nuovo comparto.
«Le piattaforme che scambiano attività di concetto attirano principalmente due profili di lavoratori:
il lavoratore autonomo puro che si apre così a un mercato globale con infinite possibilità ma anche una tipologia di lavoratore più debole, magari espulso dal mercato, costretto a lavorare da remoto. Il terreno è ancora inesplorato. E, ammesso che ci siano rischi, bisogna attrezzarsi per governarli».
Potenzialità enormi dunque per questo segmento del lavoro digitale, «la cui forza – continua
Aloisi – si fonda sulla parcellizzazione: si affidano a una “folla” micro parti di un grande progetto,
una sorta di esternalizzazione globale, per poi tirare le fila laddove ha sede la mente».
Con le piattaforme cade il vincolo geografico, aggiunge Ivana Pais, professore associato di sociologia alla Cattolica di Milano, e i contesti economicamente più deprivati, dove anche il costo della vita è basso, possono guadagnare dal lavoro remoto. «Intravedo un rischio, quello cioè dello strapotere della piattaforma – aggiunge – in grado di distruggere con algoritmi sempre più sofisticati la reputazione dei lavoratori, scaricando i rischi su persone esposte al mercato senza alcuna tutela». Tuttavia il lavoro all’asta, secondo la sociologa, funziona perché «è praticato da professionisti che non ne fanno la loro prima attività. La retribuzione infatti non è la leva motivante. Vediamo impegnate nelle aste le comunità di creativi o quelle scientifiche che vivono la gara anche come sfida intellettuale». 


(...)


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lunedì 12 febbraio 2018

Il demansionamento non giustifica l’assenza

(Fonte: "Il Sole 24 Ore")

Un lavoratore, adibito a mansioni inferiori a quelle svolte in precedenza, in violazione della norma contenute nell’articolo 2103 del codice civile (nella formulazione anteriore alla riforma del 2015), ha atteso oltre due mesi prima di richiedere la riassegnazione alle mansioni precedentemente svolte e - dal giorno immediatamente successivo all’invio della lettera di diffida - si è assentato dal posto di lavoro per «oltre quattro giorni», venendo perciò licenziato dalla società.
Tale decisione è stata ritenuta illegittima dalla Corte di appello di Firenze che, rilevando la «platealità della degradazione» subita dal lavoratore - privato delle responsabilità dapprima rivestite e adibito all’esecuzione di lavori di bassa manovalanza quali la pulitura del piazzale esterno all’azienda - ha ritenuto giustificato, in base all’articolo 1460 del codice civile, il rifiuto da parte del
dipendente di rendere una prestazione diversa da quella in precedenza assegnatagli.
Nel decidere il ricorso proposto dalla società, la Cassazione (sentenza 836/2018) punta invece
la propria attenzione sulla proporzionalità della reazione del lavoratore all’inadempimento datoriale e sulla sua rispondenza al principio di buona fede. In tale prospettiva la Corte osserva come il dipendente demansionato non possa sospendere ogni attività lavorativa ove il datore di lavoro
assolva a tutti gli altri obblighi su di sé gravanti (pagamento della retribuzione, copertura previdenziale eccetera), potendo rendersi totalmente inadempiente e invocare l’articolo 1460 del codice civile soltanto se totalmente inadempiente l’altra parte.
L’adibizione a mansioni inferiori, precisa infatti la Cassazione,consente al lavoratore di richiedere giudizialmente la riconduzione della prestazione nell’ambito della qualifica e/o del livello di appartenenza, «ma non lo autorizza a rifiutarsi aprioristicamente, e senza un eventuale avallo
giudiziario che, peraltro, può essergli urgentemente accordato invia cautelare, di eseguire la prestazione lavorativa richiestagli, in quanto egli è tenuto ad osservare le disposizioni per l’esecuzione del lavoro impartite dall'imprenditore, ex articoli 2086 e 2104 del codice civile, e può legittimamente invocare l’articolo 1460 del codice, rendendosi inadempiente, solo in caso di totale inadempimento dell’altra parte».
Alla stregua di tale principio, già più volte affermato in sede di legittimità (Cassazione 2033/2013;
12696/2012;29832/2008; 25313/2007), e valutando contrario a buona fede il comportamento del
dipendente, la Cassazione ha accolto il ricorso della società e ha dichiarato quindi legittimo il licenziamento intimato al lavoratore.


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venerdì 9 febbraio 2018

Lo smart working decolla nelle grandi imprese del Nord “Lavoratori soddisfatti” (4)

(Fonte: "Affari&Finanza")

“Serve fiducia, è la base del sistema” il lavoro flessibile visto dai manager 

Si sente parlare sempre più spesso  di  smart  working ma non sempre è ben chiaro che cosa si intenda con questo termine. OD&M Consulting, società di Gi  Group  specializzata  in  HR
Consulting, ha provato a fare un po’ di chiarezza in questo campo, coinvolgendo in un sondaggio online responsabili delle risorse umane e imprenditori di diverse aziende e arrivando alla conclusione  che  lo  Smart  working viene considerato soprattutto un nuovo  approccio  organizzativo basato sull’organizzazione e gestione flessibile delle attività di lavoro rispetto a tempi, spazi, ambienti e strumenti, piuttosto che come una semplice modalità di lavoro,  come  previsto  dal  Jobs Act per gli autonomi, la normativa  che  regola  il  “Lavoro  Agile” (L.81/2017, artt. 18-24).
«Negli ultimi cinque anni l’attenzione  posta  allo Smart working sta crescendo notevolmente anche in Italia — spiega Rossella Riccò, responsabile area Studi e ricerche di OD&M Consulting —
L’interesse di istituzioni e aziende al tema tende a concentrarsi sull’aspetto tecnologico che rende possibile passare da forme di lavoro tradizionale a forme di lavoro agile e sull’aspetto normativo che definisce il framework entro il quale poter agire, ma spesso non viene fatta chiarezza rispetto al significato attribuito al concetto  di  Smart  Working,  ai  motivi che possono spingere le aziende a ricorrervi, ai benefici e alle criticità che possono essere collegati alla sua adozione».
Per ben il 75% degli intervistati,  infatti,  quando  si  parla  di Smart  working  ci  si  riferisce  a
“una organizzazione e gestione delle attività del lavoro rispetto a tempi, spazi, ambienti e strumenti”; per un altro 9,5% si tratta della “possibilità di lavorare anche fuori dell’azienda in luoghi scelti a discrezione del lavoratore”. L’8,3% ha risposto che è una “modalità di lavoro con tecnologie avanzate che permettono la connessione da remoto”, il 6% che è una “modalità di lavoro con orari flessibili che possono essere gestiti in  autonomia  dai  lavoratori”, mentre per il restante 1,2% è una “modalità di lavoro da casa”.
Dall’indagine  condotta  da OD&M  Consulting  emerge  che questo nuovo modello organizzativo, direttamente collegato al tema della Flessibilità, ma anche a quello della responsabilità e autonomia,  viene  adottato  dalle aziende innanzitutto per migliorare  il  Work-Life  Balance  delle
proprie persone (48,8%), poi per migliorare l’efficienza organizzativa (19%, incrementando la produttività individuale 10,7% e riducendo i costi 8,3%), per attrarre, motivare e trattenere le persone in azienda (17,9%), cambiare cultura manageriale (11,9%) e solo in  misura  residuale  per  Csr (2,4%).
Secondo gli intervistati, i principali benefici dello Smart working si concretizzano in un aumento  della  motivazione  delle persone,  in  un  miglioramento del  loro  work-life  balance  e  in una maggiore focalizzazione sugli  obiettivi/risultati  piuttosto che sulla presenza in ufficio, tutte risposte indicate da più di un manager su due. Il Lavoro agile porta però miglioramenti anche sul fronte dell’aumento della produttività, della “promozione della cultura della fiducia”, oltre a ridurre gli spostamenti dei lavoratori che sono così meno soggetti a stress. L’indagine indica poi alcuni  benefici  “secondari”,  che non sono però assolutamente da sottovalutare: lo Smart working
sviluppa l’autonomia lavorativa, fa aumentare il benessere delle persone e riduce i costi connessi
agli spazi lavorativi. Esso riduce inoltre l’assenteismo, aiuta ad attrarre le persone più preparate e,
più in  generale,  aumenta l’efficienza aziendale.
«Per diventare agili, gli elementi fondamentali su cui le aziende sono  chiamate  a  concentrare  i
propri sforzi sono cultura, mindset e organizzazione del lavoro —  afferma  Riccò  —  Solo  dopo
aver agito su questi elementi profondi che definiscono il “cosa deve cambiare in azienda” entrano
in gioco gli interventi strumentali su tecnologia, policy organizzative e gestione degli spazi aziendali che sono gli elementi più visibili e maggiormente dibattuti dello Smart working».
La principale criticità connessa  allo  Smart  working  sembra consistere nel realizzare il cambiamento culturale  per passare da un orientamento al comando, controllo  e  “presenzialismo”  a un orientamento su risultati (risposta indicata dal 64,3% degli intervistati). Non è però questa l’unica difficoltà: bisogna infatti anche “realizzare un cambiamento organizzativo” (48,8%), fare i conti con una “riduzione della sinergia fra colleghi” (46,4%), assicurare “la sicurezza dei dati sensibili e della  privacy”  (42,9%)  e  quella “dei lavoratori fuori dagli ambienti di lavoro”.
«Dallo studio emergono dieci elementi chiave attraverso i quali è possibile definire lo Smart working — conclude Riccò — Autonomia e responsabilità, spostamento del focus dalla presenza ai risultati, diffusione della cultura della fiducia, adozione di una leadership partecipativa, attitudine
all’utilizzo  di  strumenti  digitali, definizione dei Kpi dei risultati ottenuti  attraverso  lo Smart  working, capacità di prestare attenzione a privacy e sicurezza dati, condivisione dei valori e predisposizione  al  cambiamento  e all’adattamento veloce».


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giovedì 8 febbraio 2018

Lo smart working decolla nelle grandi imprese del Nord “Lavoratori soddisfatti” (3)

(Fonte: "Affari&Finanza")

La Pubblica Amministrazione chiamata a lanciarsi in pista 

L’anno che si è appena aperto dirà molto sulla capacità della Pubblica Amministrazione  italiana  di  imboccare una volta per tutte la strada dello smart working. La legge approvata dal Parlamento a maggio dello scorso anno ha infatti tolto ogni scusa di assenza delle norme, ridando slancio a un fenomeno che aveva avuto una prima scossa dalla riforma Madia. Le amministrazioni sono ora chiamate a buttarsi  in  pista,  magari  prendendo  spunto dalle realtà che si sono cucite addosso i
panni della PA agile senza attendere il quadro  legislativo.  Gli  esempi  virtuosi  non mancano,  dalla  Provincia  autonoma  di Trento alla Regione Lombardia passando per il Comune di Torino e altri enti locali.
Ma c’è una PA che per prestigio, importanza e ambizione potrebbe rappresentare il miglior traino.
Si tratta della Presidenza del Consiglio dei ministri, che senza troppi proclami sta portando avanti un piano di smart working (fino a 5 giorni al mese, forse si arriverà a 8) con l’obiettivo di entrare a regime con tutti e 400 i dipendenti entro la fine del 2018. Le sensazioni sono positive perché la
sperimentazione avviata negli scorsi mesi, ampiamente  condivisa  con  i  sindacati, non ha riscontrato difficoltà particolari e ha ottenuto feedback positivi dai 60 dipendenti coinvolti. Gli sforzi profusi per aumentare la capacità dei dipendenti di programmare i contenuti, gestire i progetti e
uscire dal ciclo giornaliero stanno pagando. Ed è stata in particolare l’analisi preventiva e successiva del lavoro svolto in modalità smart a determinare finora la buona riuscita.
Nemmeno il trambusto delle prossime elezioni sembra in grado di frenare i progetti nati fra le stanze di Palazzo Chigi. Non è un bene solo per la Presidenza del Consiglio, visto che quest’ultima sta supportando altre importanti amministrazione su vari fronti (scrittura delle direttive, predisposizione delle circolari, organizzazione della formazione e altre attività). Nel corso di quest’anno entreranno infatti in fase sperimentale il Consiglio di Stato, il Miur e il ministero dell’Ambiente. Saranno coinvolte alcune centinaia di dipendenti e il passaggio alla fase operativa è prevista per alcuni
uffici già entro metà anno. Insomma, un contagio positivo da parte di Palazzo Chigi.
Attualmente  in  Italia  si  contano  oltre 305mila smart worker ma, sottolinea Mariano  Corso,  responsabile  scientifico dell’Osservatorio Smart Working, “sono almeno 5 milioni i lavoratori le cui mansioni permetterebbero di adottare questo modello, con importanti incrementi di produttività ed effetti positivi sulla vita privata e sulla società”. Vantaggi interessanti anche per la PA, che si trova di fronte a una possibile svolta: «Il 2017 è stato un anno importante perché è stata chiarita la cornice normativa, togliendo alibi a chi riteneva mancassero i presupposti legali all’applicazione di questo modello. Il 2018 sarà l’anno della verità perché capiremo se lo smart working potrà finalmente diventare realtà anche  nella  Pubblica  Amministrazione.
Per promuoverne davvero la diffusione nel settore pubblico, e soprattutto per trarne il massimo beneficio, occorre però — avverte Corso — accompagnare il cambiamento con interventi di affiancamento ai manager pubblici per supportarli nel ragionare per processi, identificare indicatori di prestazione e gestire e valutare i collaboratori per obiettivi».

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