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mercoledì 18 maggio 2011

L'ultima lezione (11)

Dimostare la propria gratitudine è una delle cose più semplici e tuttavia più nobili che gli esseri umani possano fare tra loro. E nonostante il mio amore per la praticità, penso che i migliori biglietti di ringraziamento siano quelli vecchio stampo, con penna e carta.


I cacciatori di teste e i direttori del personale vedono molti candidati. Leggono tonnellate di curricula di studenti da trenta e lode con molte specializzazioni ma non ricevono molti biglietti di ringraziamento scritti a mano.


Se siete uno studente da trenta, mandare un biglietto di ringraziamento aumenterà di mezzo punto la vostra valutazione agli occhi del vostro futuro capo o del direttore del personale. Diventerete uno da trenta e lode, e poiché i biglietti scritti a mano sono diventati merce rara, si ricorderanno di voi.


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martedì 17 maggio 2011

L'ultima lezione (10)

Quando devo lavorare insieme ad altri cerco di immaginarmi seduto con loro, con un mazzo di carte. Il mio impulso è sempre di scoprire tutte le carte sul tavolo, e dire al gruppo: "Okay, decidiamo assieme cosa farne di questa mano?"


Riuscire a lavorare bene in un gruppo è una virtù produttiva e necessaria sia nel mondo del lavoro sia in quello familiare. Per insegnare questo, raggruppavo sempre i miei studenti in squadre e li mettevo a lavorare insieme su alcuni progetti.


Negli anni migliorare il gioco di squadra è diventata una mia piccola ossessione.

(...)


Ecco alcune indicazioni.


Presentatevi nel modo giusto: tutto comincia presentandosi bene. Scambiatevi le informazioni necessarie. Imparate i nomi degli altri.


Trovate gli elementi in comune: quasi sempre troverete elementi in comune con un altro, e da lì diventa più facile discutere le questioni laddove ci sono idee diverse.

(...)



Create le condizioni giuste per un incontro: assicuratevi che nessuno abbia fame, freddo o sia stanco. Trovatevi per un pranzo o una cena se potete.


(...)


Fate parlare tutti: non interrompete gli altri.


(...)


Lasciate il vostro Io fuori dalla stanza: quando argomentate le idee, definitele e scrivetele. La definzione dovrebbe descrivere l'idea, non il creatore.


(...)


Elogiatevi a vicenda: trovate qualcosa di carino da dire, anche se un po' forzato. Le idee peggiori possono sempre nascondere la soluzione al problema se osservate bene.

(...)


Proponete le alternative con una domanda: anziché "penso che dovremmo fare A, non B", provate a dire "E se facessimo A, invece di B?". Questo permette agli altri di dare un'opinione piuttosto che difendere la scelta di qualcuno.

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lunedì 16 maggio 2011

L'ultima lezione (9)

Per tutta la vita ho avuto coscienza che il tempo non è infinito.
Ammetto di usare la logica in tante cose, ma credo fermamente che una delle fisime che più mi ha caratterizzato sia stata quella di voler gestire bene il tempo.

(...)


Ecco quello che so.


Il tempo deve essere amministrato come le finanze.


(...)



Potete sempre cambiare le vostre priorità a patto che ne abbiate. Sono un fervente sostenitore della lista delle cose da fare. Ci aiuta a scandire la vita con piccoli passi da compiere.


(...)


Vi chiedete mai se state impiegando il vostro tempo per gli obiettivi giusti?

(...)

Sviluppare un buon sisterma di archiviazione. 
(...)
Archiviare in ordine alfabetico è meglio che girare su se stessi e dire: "Ricordo che era blu e stavo mangiando qualcosa quando l'ho messo via".

(...)

Riconsiderare il telefono. Viviamo in una civiltà in cui passiamo gran parte del tempo in attesa al servizio clienti, e ci sentiamo pure dire: "la sua telefonata è molto importante per noi".
(...)
Tuttavia è così che funzionano i call-center. Lo detesto. Per me è fondamentale non stare mai in attesa con la cornetta attaccata all'orecchio. Uso sempre il vivavoce, così nel frattempo posso fare altro.
Ho anche escogitato varie tecniche per abbreviare le telefonate inutili. Se parlo al telefono stando seduto, non mi alzo più. Invece è meglio stare in piedi quando si telefona. Si è portati a sveltire la conversazione. Un'altra tecnica è avere sottocchio sulla scrivania qualcosa da sbrigare così da essere spronati a tagliare corto.
Negli anni ho perfezionato le tecniche di abbandono. Volete disfarvi velocemente delle proposte commerciali telefoniche? Mettete giù mentre state parlando voi e loro vi stanno ascoltando. penseranno che c'è stato un problema di linea e passeranno al cliente successivo.

(...)

Delegare. Come docente, ho imparato presto che potevo fidarmi di brillanti studenti diciannovenni cui dare le chiavi del mio regno, e quasi sempre sono risultati responsabili e coscienziosi.

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venerdì 13 maggio 2011

L'ultima lezione (8)

Come la maggior parte dei secchioni americani nati nel 1960, ho trascorso parte della mia infanzia a sognare di essere il capitano James T. Kirk, comandante della nave stellare Enterprise.


(...)


Per i giovanotti ambiziosi con un'inclinazione scientifica, non poteva esserci un modello di comportamento migliore di James T. Kirk di Star Trek. Credo seriamente infatti di essere diventato un buon insegnante, un bravo collega - forse addirittura un buon marito - studiando il capitano Kirk mentre comanda l'Enterprise.


Pensateci. Se avete visto il telefilm sapete che Kirk non è il più intelligente sulla navicella spaziale. Il signor Spock, il primo ufficiale, è di gran lunga il personaggio dall'intelletto più acuto. Il dottor McCoy possiede tutta la conoscenza medica disponibile all'umanità nell'anno 2260. Scotty è il capoingegnere che ha il know-how tecnico per far funzionare la nave, anche quando viene attaccata dagli alieni.


Quindi qual è l'abilità di Kirk? Come può salire a bordo dell'Enterprise e comandarla?
La risposta è una: c'è un'abilità chiamata "leadership".


Ho imparato davvero tanto osservandolo in azione. E' l'essenza distillata del manager dinamico, uno che sa delegare, sa ispirare gli altri  grazie alla sua passione, e sta bene nell'uniforme di lavoro.
Non ha mai professato di avere capacità superiori a quelle dei suoi subordinati. Sa riconoscere il valore di ciascuno nelle proprie mansioni. Ma è lui a stabilire il punto di vista, il tono.


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giovedì 12 maggio 2011

L'ultima lezione (7)

Si discute molto in questo periodo su come insegnare ai bambini l'autostima. Non è qualcosa che si può insegnare, è qualcosa che devono costruirsi da soli.

(...)


Il mio coach sapeva che c'era una sola maniera per insegnare ai bambini come sviluppare l'autostima: dar loro qualcosa che non sanno fare, costringerli a lavorare sodo finché non riescono.
Poi si ricomincia daccapo con qualcos'altro e il processo ricomincia.


(...)


Capisco che oggigiorno un coach come Graham rischierebbe di essere esonerato da una federazione sportiva giovanile. E' troppo severo. I genitori si lamenterebbero.


Ricordo una partita in cui la nostra squadra stava giocando malissimo. Alla fine del primo tempo, correndo verso l'acqua per dissetarci, poco mancò che rovesciassimo il secchio.


Graham era livido: "Caspita! Questa è la migliore azione che vi ho visto fare dall'inizio della partita!"


(...)


"Acqua?" tuonò. "Volete dell'acqua?" Sollevò il secchio e ne rovesciò tutto il contenuto a terra.


Lo guardammo allontanarsi, sentendolo mormorare all'allenatore in seconda: "Puoi dare acqua solo alla prima linea di difesa. Hanno giocato meglio".


Ora per essere chiari: Graham non avrebbe mai messo a repentaglio la salute di nessun bambino. Uno dei motivi per cui lavorava così tanto sul condizionamento psicologico era per evitarci danni ben peggiori.
In ogni caso, quella era una giornata fredda, avevamo avuto tutti la possibilità di bere durante il primo tempo; l'acqua versata a terra non ci avrebbe certo esposti a un vero rischio di disidratazione.


Ciononostrante, se questo genere di atteggiamento si ripresentasse oggi, i genitori a bordo campo prenderebbero i loro cellulari per chiamare i commissari della federazione, oppure il loro avvocato.

(...)

Ripenso a come mi sentivo durante quello sproloquio all'intervallo. Sì, avevo sete. Ma peggio ancora, mi sentivo umiliato. Avevamo deluso il coach e lui ce lo aveva fatto sapere con un gesto che non avremmo mai dimenticato.

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mercoledì 11 maggio 2011

L'ultima lezione (6)

Il coach Graham mi faceva sudare. Ricordo in particolare un allenamento. "Stai sbagliando tutto, Pausch. Ricomincia! Rifallo!"

Provai a fare quello che voleva. Non bastava.

"Me lo devi, Pausch! A fine allenamento resti qui a fare le flessioni".

Quando finalmente mi lasciò andare, l'allenatore in seconda venne a rassicurarmi. "Graham ti ha messo sotto sul serio, vero?"

Riuscii a malapena a balbettare un "sì". 

"E' un buon segno" mi disse. "Quando sbagli e nessuno ti dice più niente, significa che si sono arresi". 


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martedì 10 maggio 2011

L'ultima lezione (5)

Amo il football americano.
(...)

Ho cominciato a nove anni, e il football mi ha sempre accompagnato. Mi ha aiutato a diventare quello che sono. E benché non sia entrato nella National Football League penso spesso di avere imparato più dal perseguire questo sogno e dall'incapacità di realizzarlo che da tutti quelli che ho invece realizzato.

(...)

(I ragazzini conoscono il loro allenatore, un uomo vecchio stampo)

Alla prima seduta di allenamento eravamo tutti spaventati a morte. Lui, peraltro, non aveva portato con sé nemmeno un pallone. Uno di noi ebbe l'ardire di parlare a nome di tutti: "Scusi coach. Non ci sono palloni".

E lui: "Non ci serve nessun pallone".

Restammo muti, riflettendo sulla sua affermazione.

"Quanti uomini ci sono su un campo da football?" ci interrogò.

Rispondemmo: undici per squadra. Quindi in tutto ventidue.

"E quanti giocatori alla volta toccano il pallone?"

Uno solo.

"Esatto!" esclamò. "Quindi ci concentreremo su quello che stanno facendo gli altri ventuno".

I fondamentali. E' un grande dono che il coach ci ha fatto. Fondamentali, fondamentali, fondamentali. In qualità di professore universitario, ho notato che questa è una lezione che molti ragazzi ignorano, quasi sempre a loro discapito: dovete comprendere i fondamentali altrimenti anche gli ingranaggi più sofisticati non funzioneranno.


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lunedì 9 maggio 2011

L'ultima lezione (4)

Anche mia madre, c'è da dire, aveva tanto da insegnare. Per tutta la vita la sua missione è stata tenere a bada la mia tracotanza. E ora le sono grato.


Anche oggi, quando qualcuno le chiede com'ero da bambino, lei mi descrive come "sveglio, ma non molto precoce".
Oggi viviamo in un'epoca  in cui i genitori elogiano ogni figlio come se fosse un genio. Ecco invece mia madre, una per cui "sveglio" era un complimento sufficiente.



Mentre studiavo per il dottorato, incappai nella teoria degli algoritmi, e posso dire che è stata la cosa peggiore capitatami nella vita dopo la chemioterapia.
Quando mi lamentai con mia madre perché il test era difficile e terribile, lei si piegò su di me, mi diede un paio di buffetti sul braccio e mi consolò così: "Sappiamo come ti senti, tesoro. E ricorda, alla tua età tuo padre stava combattendo contro i tedeschi".


Cosa possiamo ricavarne?

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venerdì 6 maggio 2011

L'ultima lezione (3)

Un altro brano tratto dal libro di Randy Pausch: "L'ultima lezione".



Mio padre era un incredibile narratore e diceva che c'è sempre un motivo per raccontare storie. Amava gli aneddoti divertenti che in realtà erano favole a sfondo morale. Era un maestro in questo genere di racconti, e io ho assorbito le sue tecniche.

(...)


Cito mio padre quasi ogni giorno. Anche perché quando si esprimono le proprie opinioni, gli altri possono rigettarle, ma se si offre la saggezza di un terzo, il discorso appare meno arrogante e quindi più accettabile.


(...)


Mio padre mi dava spesso consigli su come farmi strada nella vita.


(...)


Mi spiegava che pur potendomi trovare in una posizione di forza sul lavoro o in qualsiasi rapporto, dovevo sempre comportarmi lealmente. "Solo perché siedi al volante" sosteneva "non significa che devi investire le persone".

Altri due consigli che possiamo tranquillamente riciclare nella nostra quotidianità lavorativa. Quali sono?

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giovedì 5 maggio 2011

L'ultima lezione (2)

Continuiamo a leggere alcuni brani tratti dal libro di Randy Pausch che si intitola: "L'ultima lezione".



Ho vinto la lotteria dei genitori. 

(...)

Sono cresciuto agiatamente nella classe media di Columbia, nel Maryland. I soldi non hanno mai rappresentato un problema a casa nostra, soprattutto perché i miei genitori non hanno mai sentito la necessità di spendere molto. 


(...)


Raramente cenavamo fuori. Andavamo al cinema forse una o due volte l'anno. "Guarda la tv" mi dicevano. "E' gratis. O ancora meglio, vai in biblioteca e prendi un libro".


Quando avevo due anni e mia sorella quattro, mamma ci portò al circo. A nove anni chiesi di tornarci ancora. "Che bisogno c'è?" ribatté mia madre. "Sei già stato al circo".


Appare intollerabile per gli standard di oggi, ma in realtà è stata un'infanzia magica. davvero, mi considero un ragazzo incredibilmente avvantaggiato nella vita perché avevo un padre e una madre che avevano ben compreso tante cose.


Non spendevamo molto, ma riflettevamo su tutto.


(...)


A quell'epoca teorizzavo che ci fossero due tipi di famiglie:
1) quelle in cui durante la cena si sente il bisogno di un dizionario
2) quelle che non ne hanno bisogno


Noi rientravamo nel primo caso. Quasi ogni sera si finiva con il consultare il vocabolario, che tenevamo su uno scaffale a due passi dal tavolo. "Se avete domande" affermava mio padre "cercatevi le risposte".


Quali sono i consigli che Pausch ci dà in queste righe e come possiamo utilizzarli nella nostra vita lavorativa?

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mercoledì 4 maggio 2011

L'ultima lezione

In questi giorni sto leggendo un libro bellissimo di Randy Pausch che si intitola: "L'ultima lezione".

Cito dalla quarta di copertina: "Nel 2006 Randy Pausch è un brillante professore di informatica della Carnegie Mellon University di Pittsburgh, in Pennsylvania. Ha una moglie, tre bambini e ama appassionatamente il suo lavoro, i suoi colleghi, i suoi studenti.


E' allora che i medici gli diagnosticano un cancro del pancreas in stadio ormai avanzato."

Un anno dopo, Pausch tiene la sua ultima lezione in pubblico davanti a quattrocento persone, lasciando ad amici e colleghi il suo ultimo messaggio: un concentrato di ottimismo, vitalità, consigli di vita e spunti professionali che vanno a comporre un quadro che ci fa capire davvero cosa siano leadership e comunicazione efficace.

Per questo motivo, a partire da oggi, ho deciso di parlarvene, citando i brani del libro che mi hanno colpito di più.
Mi permetto, poi, di consigliare il testo a chiunque voglia leggere un bel libro che è tutto fuorché triste o drammatico. A me sta piacendo davvero molto.

Dopo avere invitato i presenti a sedersi, li ho ringraziati per essere intervenuti, ho fatto un paio di battute e poi ho detto: "Se ci fosse fra voi qualcuno entrato per caso che non conosce i retroscena, non si preoccupi; mio padre mi ha insegnato che un elefante nel salotto non passa inosservato, meglio presentarlo.
Se date un'occhiata alle mie Tac noterete circa dieci metastasi al fegato. I medici mi hanno detto che mi restano dai tre ai sei mesi di ottima salute. Questo un mese fa. Fate un po' voi i calcoli."


Ho mostrato sullo schermo un'immagine gigante della Tac del mio fegato. La slide era intitolata "L'elefante nel salotto", cui avevo aggiunto per chiarezza delle frecce rosse che indicavano ciascuna metastasi.

Ho indugiato con la slide, di modo che la platea potesse individuare le frecce e contare le metastasi. "Va bene" ho detto "tutto qua. Non c'è proprio niente da fare. Possiamo solo decidere come reagire. Non possiamo cambiare le carte in tavola, ma soltanto giocare al meglio la mano".

Trovo questo brano di una bellezza e di una forza straordinarie. C'è molta intelligenza ma anche qualche consiglio di management che mi pare utile sviscerare e seguire. Riuscite ad individuarli?

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